La gioia di custodire le «cose» rivelate dal Padre «ai piccoli».

4783_esternaAd un certo punto, all’improvviso, al capitolo undicesimo del Vangelo di Matteo c’è quel piccolo brano che abbiamo ascoltato poco fa anche noi. Lo chiamano ‘inno di lode’ o anche ‘inno di giubilo’.

Poco prima, nel testo di Matteo, Gesù aveva aspramente rimproverato la sua generazione e, in particolare «le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi», fino ad allora (Corazin, Betsaida e Cafarnao), perché non si erano convertite alla sua Parola e alla sua grazia. E ora, con un netto cambiamento di tono, Gesù ci lascia un’autentica ‘perla’, un piccolo testo che è intriso di gioia, di giubilo, di un’intima e profonda felicità.

Succede qualche volta anche a noi, nella vita, di provare attimi di felicità talmente intensa e ‘invasiva’ che rimaniamo senza parole. Queste arrivano solo dopo, quando quegli istanti bellissimi se ne sono andati, ma non per questo li abbiamo perduti.

Certo, ci dispiace che siano finiti, quei momenti di pace, ma ci lasciano comunque un’impronta indelebile nella memoria. Ci lasciano un ‘retrogusto’ che è un misto di dolcezza e di nostalgia, in cui prevale la prima, e anche la gratitudine per quegli istanti ricevuti in dono.

A volte, all’origine di questi istanti di grazia, c’è un bel tramonto o la bellezza delle montagne o la limpidezza di un mare trasparente o un gesto di bene di cui siamo stati testimoni o altro ancora.

Non sappiamo che cosa abbia suscitato in Gesù questo inno di lode. Però, forse, se leggiamo nel profondo queste sue parole, vi troviamo la ragione della sua gioia.

Qui, in queste parole si apre quasi uno squarcio sul ‘sentire’ di Gesù, sui suoi affetti e sulle sue emozioni più profonde. Dando parola a questi suoi sentimenti, Gesù ci rivela la sua coscienza più personale.

Ci parla di sé, con queste parole.

Ascoltandolo siamo quasi invitati a entrare in una ‘corrente’ di parole che suggeriscono pensieri, con grande abbondanza e ricchezza.

Un inno è un testo di cui non dobbiamo fare l’analisi logica, come se fossimo davanti a un discorso pieno di ragionamenti o come se fossimo davanti a un problema di matematica da risolvere.

Nell’inno le parole si rincorrono, giocano tra loro, si richiamano, si illuminano a vicenda, traboccano, suggeriscono altre parole. A volte l’inno si accompagna con la musica o finisce in musica.

Ecco, potremmo immaginarci proprio questo: la musica delle parole di Gesù, il tono e la cantilena del suo parlare, che esce dalla sua bocca, dentro il suo volto… Tutto questo per lasciarci contagiare, per lasciarci toccare dalla sua gioia e dal suo giubilo!

Così la sua gioia può diventare la nostra gioia.

Lo diceva il profeta Zaccaria, nella prima lettura: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!».

Perché tanta gioia? «Ecco, a te viene il tuo re», un re «giusto e vittorioso, umile», che «cavalca – dice ancora il profeta, anticipando la domenica dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme – un asino, un puledro figlio d’asina».

È un re che si presenta a noi «mite», «umile di cuore», non sprezzante, non arrogante, non dispotico e duro nei suoi giudizi e nella sua forza.

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra …». Queste sono le prime parole della gioia di Gesù.

La gioia scaturisce e trabocca in lode. La gioia non è esattamente la stessa cosa della lode. La gioia ci tocca nell’intimo, perché viene da uno stupore e lo alimenta. È lo stupore della lode, qui, che ci appare in tutto il suo fascino.

Quando lodiamo qualcuno, di solito, è perché ha fatto qualcosa di così bello che il nostro ‘giudizio’ ne rimane ammirato, conquistato, affascinato.

Qui la lode è a Dio, al Padre: così Gesù ci rivela la lode e la gioia del Figlio!

Gesù loda il Padre chiamandolo: «Signore del cielo e della terra».

C’è un respiro molto ampio in questa lode.

Le parole di Gesù ci invitano a guardare la bellezza del cielo, la sua vasta profondità, la ricchezza dei suoi colori, la luce che ci dischiude. Le sue parole ci invitano anche a guardare la straordinaria varietà della terra, dalle montagne alla pianura, dai fiumi al mare, le sorgenti, gli esseri viventi che la abitano.

In questi momenti è come se, del cielo e della terra Gesù vedesse solo la bellezza. E invita noi a fare altrettanto.

Ci invita a lasciarci ‘colpire’ da questa bellezza e a lodarne Dio.

Sì, perché tutto ciò è un ‘segno’ che mostra – piuttosto che ‘dimostra’ – la bellezza del suo Creatore, che sta all’origine di tanto splendore.

Gesù aggiunge che «queste cose» sono nascoste «ai sapienti e ai dotti» e cioè a quelli che pensano di sapere tutto e che credono di non aver bisogno di questa bellezza rivelatrice.

«Queste cose» il Padre le ha rivelate «ai piccoli» e cioè a coloro che accolgono con stupore grato i segni e i doni che vengono loro dati.

C’è di più però. «Queste cose» non sono solo la bellezza del mondo. Ancor più, qui, Gesù parla di una rivelazione, di una auto-comunicazione di Dio.

Il Padre gli ha dato ‘tutto’. Perciò solo il Figlio, lui, «conosce il Padre», proprio perché solo il Padre «conosce il Figlio».

Dunque è il Figlio, Gesù, che rivela i tesori nascosti di questa reciproca profonda ‘conoscenza’ d’amore che è Dio.

Paolo nella lettera ai Romani, la seconda lettura, ci dice che Gesù ci ha lasciato lo Spirito, che «abita in noi». È lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti, che dà vita, gioia, stupore, gratitudine, alla nostra piccola, povera vita mortale.

Grazie allo Spirito, noi diventiamo capaci di gustare i desideri di Dio!

Così comprendiamo la seconda parte dell’inno di Gesù, nel Vangelo di Matteo. Questo secondo momento si rivolge direttamente a noi: «Venite a me!».

È un dolcissimo invito ad andare a Gesù.

In particolare queste parole sono rivolte a tutti coloro che sono «stanchi e oppressi».

Certo, queste parole si rivolgono a tutti coloro che nella vita provano la stanchezza, la fatica, l’oppressione e la minaccia.

E quanti di noi, ancora oggi, forse soprattutto oggi, hanno fatto e continuano a sentire la fatica e l’oppressione della vita!

Qui, però, Gesù si riferisce anche a tutti coloro che sono «oppressi» da una legge legalistica, che diventava opprimente e oppressiva.

Ecco a tutti Gesù chiede di ‘andare’ da Lui. Li invita a prendere il «giogo» della sua legge, che è un giogo «dolce».

Non è amara la ‘legge’ di Gesù. È dolce e liberante. Dio non è un ‘peso’ pesante. È un peso ‘leggero’. È un peso che non pesa, perché è un ‘carico’ e un compito che scaturisce dalla grazia.

Guai a noi se trasformiamo la legge di Gesù in un giogo pesante. La sua ‘legge’ è la sua stessa vita.

Per questo Gesù ci chiede di imparare da lui, di lasciarci istruire dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua Pasqua.

Allora ci promette ‘ristoro’ per la nostra vita.

Torna due volte questa splendida promessa: «Io vi darò ristoro». “Io vi darò pace, sollievo, consolazione, speranza, gioia”.

Lasciamo che questa parola splendida tocchi e guarisca tutta la nostra vita!

don Maurizio

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