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Gesù, se vuoi, puoi purificarmi!

La prima lettura riporta una antica legislazione sul puro e l’impuro, che ci aiuta a comprendere meglio la portata straordinaria del gesto di Gesù nel Vangelo, il suo rapporto con quel lebbroso che lo supplica in ginocchio.

Il testo del Levitico, in questa domenica, fa parte di una sezione più ampia, dal capitolo 11, dedicata alla distinzione tra il puro e l’impuro: ci sono animali puri e impuri, il parto rende impura la donna, come le sue mestruazioni; ci sono impurità di tipo sessuale …

Noi possiamo considerare queste leggi, che sono molto minuziose, come il segno di una mentalità arcaica, da superare, ed in effetti – lo vedremo con Gesù – è così; egualmente, potremmo vedere in tutte queste prescrizioni delle regole igieniche, per la cura del corpo oppure per il rapporto con il mondo animale, ed in effetti c’è anche questo aspetto.

Però c’è anche dell’altro: queste distinzioni tra puro e impuro sono un modo per distinguere, per orientarsi nel mondo, e nel rapporto con se stessi e con gli altri, per riconoscere pericoli e difetti.

È una cosa che facciamo anche noi oggi, seppure in altre maniere e con altri costumi. Queste distinzioni sono un modo per dire che non è tutto uguale e che occorre discernere e differenziare, per scegliere il bene.

La prima lettura è una parte della legislazione sulla lebbra, che per ovvi motivi era considerata una malattia impura. È il sacerdote – non il medico, come per noi sarebbe più logico! – che fa la diagnosi della lebbra.

Questo perché il libro del Levitico considera tutto il popolo di Israele come un popolo sacerdotale, un popolo che, nel culto, ha accesso al Signore, l’Onnipotente.

Una volta fatta la ‘diagnosi’, il lebbroso dovrà vivere «fuori dell’accampamento», finché durerà il suo male. «Se ne starà solo», dice il Levitico. Espulso e segregato.

Una specie di condanna a morte: solitudine, isolamento, privazione di qualsiasi tipo di rapporto.

Il lebbroso doveva portare «vesti strappate».  Doveva velare il volto fino alle labbra. Poteva camminare lungo le strade, ma doveva allontanare tutti, «gridando: “Impuro! Impuro!”».

Il lebbroso era condannato ad una vita senza speranza, se non quella – difficilissima! – della guarigione.

In effetti, anche oggi, la lebbra è una malattia terribile: deforma il corpo, lo ricopre di piaghe. Questo ‘sfiguramento’ della carne, simbolicamente, dice una condizione profonda dello spirito. La malattia – qui, la lebbra – è un male che tocca tutto l’uomo, insidiandolo e, spesso, compromettendo duramente la qualità della sua vita.

È proprio un lebbroso l’uomo che Gesù incontra nel Vangelo.

È il lebbroso che va da lui. Quest’uomo, contravvenendo alla legge, va da Gesù, si mette in ginocchio davanti a Lui, come si fa solo con Dio, lo supplica, con una vera e propria preghiera. Gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

Le parole di quest’uomo, così sobrie, scarne, i suoi gesti così coraggiosi e fuori dagli schemi, dicono come davvero nella prova può sorgere la speranza.

Quest’uomo spera in Gesù: «Se vuoi, puoi…». Non pretende.

Mentre spera, si affida: se vuoi, tu puoi!

Si mette nelle mani di Gesù e, mentre lo supplica, rimane in attesa. È senza pretese. Non esige il dono. Conta sulla bontà e sulla potenza di Gesù.

Mi pare evidente che quest’uomo è simbolo efficace di tutti noi, delle nostre debolezze, dei nostri travagli, delle nostre difficoltà, delle nostre prove.

Quest’uomo è anche simbolo delle nostre attese, delle speranze che nascono in noi, anche nei momenti più duri. C’è sempre un barlume di luce, anche nella notte più nera. Senza un po’ di questa luce, svanisce il desiderio di vivere.

È a questo desiderio che risponde Gesù, dandogli pieno compimento.

Accade quello che questo lebbroso aveva chiesto con immenso fiducia. Senza questa fiducia quest’uomo non sarebbe andato da Gesù.

È la fede che muove le montagne.

È a questa fede che risponde Gesù.

Il Vangelo di Marco, in modo efficacissimo, racconta le risposta di Gesù con quattro verbi.

«Ne ebbe compassione»: qui c’è la ‘chiave’ per comprendere il comportamento di Gesù. Gesù soffre con quest’uomo. Patisce con lui. Questo è il senso vero, bello e profondo della com-passione.

Gesù non guarda dall’alto. Dio, in Lui, si fa carne. Abita tra noi. Cammina sulle nostre strade.

 «Tese la mano». La compassione si incarna in un gesto di distensione. Un gesto drammatico, che dice il muoversi di Gesù incontro a quest’uomo.

Gesù non si allontana. Non si ritrae, come avrebbe potuto – e dovuto fare secondo la legge! Non fugge, Gesù. Non solo sta lì, fermo. Si tende verso l’altro, prende l’iniziativa.

 «Lo toccò». Nella progressione del gesto, questo del toccare è un culmine bellissimo.

Toccare è fare sentire la propria mano, il calore, la pressione, che non forza, ma trasmette la prossimità, la cura, l’alleanza.

Toccato, il lebbroso sente la mano di Gesù, riceve e accoglie.

Gesù non ha paura di diventare impuro. Anzi, con questo gesto strepitoso, supera le antiche distinzioni, perché guarisce e salva.

Ecco, proprio questo è l’essenziale: Gesù non solo guarisce, ma salva. È perché salva, che guarisce. Non il contrario.

Per questo Gesù ammonisce severamente quest’uomo….

È strano, tutto prima parla di com-passione, perfino di tenerezza. Compiuto il prodigio, invece, Gesù caccia via questo, lo ammonisce con severità, addirittura gli proibisce di dire di dire quel che gli è accaduto.

Il senso di questo è proprio nel timore di essere frainteso.

Gesù non è un guaritore. Quando guarisce è perché sta annunciando, nel concreto della storia, la cura e la grazia di Dio per questa nostra umanità lontana da Lui.

 «Lo voglio, sii purificato!». Questo è l’ultimo gesto di Gesù. È una parola. Anche le parole sono degli atti. Questa parola dice che Gesù ’vuole’ guarire. Vuole guarire perché per questo egli è venuto, per la nostra salvezza.

Questo è quello che anche noi chiediamo a Gesù: che ci salvi, più ancora che ci guarisca.

Se vuole, lui può guarirci.

Ma anche se non veniamo guariti, l’essenziale è che noi ci lasciamo salvare da Lui. Questo è decisivo: lasciare che la sua grazia diventi la nostra speranza.

Per questo Gesù dice a quest’uomo di andare dai sacerdoti, perché, secondo la legge, erano questi che dovevano riconoscere l’avvenuta guarigione. Gesù non abolisce la legge, la porta a compimento.

La sua vita è il compimento della com-passione di Dio per il suo popolo, per tutta l’umanità.

Così, alla fine, il Vangelo dice che quest’uomo – (quasi) dimenticandosi di andare dai sacerdoti – fuori di sé dalla gioia, racconta a tutti quello che gli è accaduto.

Non può tacere.

Anche se apparentemente disobbedisce a Gesù, in realtà lo testimonia. Racconta a tutti la grazia ricevuta.

Così Gesù è addirittura costretto a non entrare più nella città, ma a rimanere «fuori, in luoghi deserti». Tutti lo cercano.

È il desiderio che dovrà lasciarsi educare e, da desiderio di guarigione, dovrà diventare invocazione di salvezza!

don Maurizio

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