Gesù ha superato la morte aprendoci un ‘destino’ di grazia.

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la XXXIII domenica del Tempo ordinario (18/11/18): dal Vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32), dai brani tratti dal libro del profeta Daniele (Dn 12,1-3) e dalla lettera agli Ebrei (Eb 10,11-14.18).

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Siamo oramai avviati verso la fine dell’anno liturgico, con la penultima domenica, prima della solennità di Gesù Cristo Re dell’universo, la prossima domenica.

La prima lettura, dal profeta Daniele, e il capitolo tredici del Vangelo di Marco appartengono a quei testi che nella Sacra Scrittura sono chiaramente apocalittici.

Questa parola, però, diversamente dal significato ‘catastrofico’ che ha nel linguaggio quotidiano, nella Sacra Scrittura significa ‘rivelazione’ e si riferisce in particolare agli ‘ultimi giorni’, i giorni della fine. Sono i giorni della fine del mondo.

Sì, noi ci pensiamo poco e anzi quasi nulla. Al massimo, quando va proprio bene, pensiamo alla nostra fine, la morte …, ma anche di questa tendiamo a dimenticarci, come se fosse una ‘cosa’ che non ci riguarda.

La Rivelazione di Dio, invece ci chiede di allargare lo sguardo, anzi di ‘allungarlo’: in avanti, nel tempo.

Che cosa accadrà alla fine del nostro tempo?

Il linguaggio apocalittico si esprime con immagini che non vogliono descrivere in modo letterale quello che accadrà. È, piuttosto, un linguaggio ‘figurato’, da ‘impressionisti’, che si esprimono con immagini che sono più che immagini: sono colori, forme, che trasmettono un clima, un’atmosfera, che in parte noi possiamo comprendere a partire dalle espressioni drammatiche di cambiamento e di trasformazione, che già appartengono alla nostra storia umana, in modo più o meno forte a seconda dei periodi storici.

La nostra epoca è sicuramente una di queste, anche se – mi pare – noi oggi facciamo proprio tanta fatica a interpretare queste esperienze drammatiche e difficili come una ‘figura’, quasi un anticipo di una fine sicura.

Noi oggi, forse perché quasi ‘ubriacati’ dal nostro ‘potere’ nei confronti dell’universo, rischiamo di pensare a questo nostro mondo come a una casa ‘stabile’, che non avrà fine.

Questo, certo, dice la passione per un mondo che è la nostra casa, ma rischia di farci dimenticare che questa nostra ‘casa’ non è stabile, non è definitiva.

E allora cosa facciamo?

Preferiamo non pensarci, preferiamo illuderci, vivere nel presente concentrandoci su di esso, perdendo però la sua profondità e riducendolo a un presente col para-occhi, dimentico del futuro, delle cose definitive.

Occorre piuttosto, vivere intensamente e con gusto il presente proprio nell’orizzonte di una fine che, prima o poi, arriverà.

Questo pensiero, però, in noi provoca angoscia e perciò preferiamo nasconderlo, anche perché fa nascere in noi tante domande, tanti dubbi, perplessità, interrogativi, incertezze.

Che cosa accadrà alla fine? E noi, tutti noi, dove andremo a finire? Che ne sarà di questo nostro mondo, con le sue bellezze e con i suoi drammi?

La Parola di Dio ci dà una testimonianza chiara e luminosa del tempo ultimo, escatologico – si dice, da una parola greca -.

Anzitutto tutte le cose, tutto l’universo sarà coinvolto.

Il Vangelo di Marco esprime questo con delle immagini molto forti: «il sole si oscurerà», e quindi cesserà la vita sulla terra, arriverà un freddo glaciale, che sarà la morte per tutti.

«La luna non darà più la sua luce», perché essa riflette la luce del sole e questo non ci sarà più. La notte sarà oscura e terribile, completamente nera. Infatti, anche «le stelle cadranno dal cielo» e questo diventerà muto, senza più alcuna luce.

Anche «le potenze che sono nei cieli», gli astri, e gli spiriti celesti, tutte queste ‘cose’ «saranno sconvolte».

Le eclissi, i terremoti, le alluvioni, le tempeste, il freddo della morte sono solo delle pallide immagini di questa ‘fine dell’inverno’.

Un secondo tratto di questo tempo è indicato dal profeta Daniele: «sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai».

È un sentimento molto forte, l’angoscia: ci coglie, magari all’improvviso, quando ci sentiamo minacciati, ci sentiamo ‘esposti’ a qualcosa che ci attacca, ci toglie la terra sotto i piedi, ci fa sentire attaccati ‘a un filo’, fragili, sospesi a una minaccia di morte.

Magari sarà solo un attimo, o magari sarà un tempo più lungo. Non lo sappiamo. Però tutti noi, fin d’ora, viviamo questi momenti di dramma, di angoscia, di panico, di paura.

In questi momenti sperimentiamo, in anticipo, qualcosa di quello che sarà ‘alla fine’, per chi ci sarà, «in quel tempo»!

Una terza caratteristica degli ultimi tempi, la più importante, la più decisiva e – lo speriamo proprio! – la più consolante, sarà la venuta, e dunque il ritorno, del «Figlio dell’uomo»: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria».

Le parole di Gesù, qui, nel Vangelo di Marco, riprendono l’immagine del profeta Daniele. Queste parole Gesù le ripeterà proprio durante il processo nel quale verrà condannato a morte. Il Figlio dell’uomo, questo Dio fatto carne, allora, alla fine, apparirà in tutta la sua gloria, la sua bellezza, la sua luce, la potenza della sua grazia, il suo splendore.

Apparirà, alla fine, colui che ha dato per noi la sua vita: «non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga».

Colui che tornerà, alla fine, è già venuto. Si è presentato a noi, si è rivelato.

La lettera agli Ebrei dice che, a differenza dei sacerdoti che dovevano «offrire molte volte gli stessi sacrifici» senza che i peccati potessero essere eliminati, cancellati, perdonati, a differenza di questi, Cristo ha «offerto un solo sacrificio per i peccati». Con il dono di sé, Gesù ci ha redento, ci ha liberato dalla ‘schiavitù’ del peccato e dalla morte.

Nella sua Pasqua, noi sappiamo che egli ha messo la morte come «sgabello dei suoi piedi». Gesù, morendo, ha annientato la morte, perché attraversandola, l’ha superata, aprendoci un ‘destino’ di gloria, di grazia, di eternità.

Perciò, ed è la quarta caratteristica del tempo della fine, «in quel tempo sarà salvato il tuo popolo».

Dunque per il popolo del Signore, per chi si lascia salvare dalla sua grazia, affidandosi in modo filiale e fiducioso, non ci sarà nulla da temere.

Gesù dice: «egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti». Allora gli eletti si raduneranno attorno al loro Signore e godranno della sua amicizia, godranno fino in fondo di quella grazia nella quale hanno creduto.

È la grazia del Crocifisso risorto. Così, dice il profeta, tutti «si risveglieranno» dalla «regione della polvere» – un’immagine potente per dire la morte – «gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna».

Questo ‘giudizio’ non è per noi ‘fonte di angoscia’, ma di speranza. Ci affidiamo a Gesù, nel quale possiamo sperare.

La quinta caratteristica è che quanto «a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa». Nessuno sa quando accadrà la fine. Lo sa il Padre e, da Lui, il Figlio che non lo sa da se stesso …

Tutto questo non autorizza l’angoscia. L’incertezza riguardo alla fine ci chiede di saper discernere il senso dei tempi.

Come, guardando una pianta di fichi che mette le foglie, noi capiamo «che l’estate è vicina», così impariamo a riconoscere i segni della presenza di Dio nella storia e le chiamate che egli ci rivolge.

È un appello alla vigilanza, alla speranza, alla carità, alla fede.

È un appello a vivere con responsabilità il nostro presente nell’attesa della sua venuta!

don Maurizio

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