Caro Papa, ecco come nella sterilità sono fioriti per noi l’amore e i figli.

Per gentile concessione di Costanza e Pietro Paolo, sposi che festeggiano il 40mo di matrimonio, il sito web Aleteia.org ha reso pubblica la missiva che i due coniugi hanno inviato al Santo Padre, in occasione della ricorrenza imminente del loro anniversario: una lettera di gratitudine alla Chiesa rivolta al suo capo visibile, il Santo Padre, da parte di una coppia di sposi che ha già compiuto una lunga traversata. Sulla piccola ma solida barca che batte bandiera trinitaria perché trinitario è il matrimonio cristiano. Per festeggiare  40 anni di una vita feconda, di promesse compiute, di affanni e consolazioni, dicendo semplicemente “Grazie”.

Un “Grazie” denso di esperienze, di sentimenti, di fede e di speranza realizzata, nonostante le difficoltà: è quello che due coniugi, Costanza e Pietro Paolo, hanno inteso consegnare al Santo Padre Francesco, in occasione dei loro 40 anni di matrimonio. Una lettera che è al tempo stesso una toccante ed emozionante testimonianza della capacità di accogliere figli “non partoriti” con lo stesso amore di due genitori biologici. Qui di seguito il testo della missiva dei due sposi, pubblicata integralmente da Aleteia.org.

Santità,

il 23 settembre 2018 sarà il nostro 40° anniversario di matrimonio. Con commozione vediamo avvicinarsi questa ricorrenza e desideriamo comunicare la nostra gratitudine alla Chiesa nella cui appartenenza e grazie alla quale abbiamo vissuto questo lungo cammino.

Ci siamo conosciuti nel movimento Comunione e Liberazione e nell’agosto 1978 partecipammo al pellegrinaggio a piedi da Varsavia a Czestochowa come gesto di affidamento. Tornammo a casa con la consapevolezza che la vita era un cammino, aveva una meta e il matrimonio era la strada che ci era stata assegnata.

Nella nostra partecipazione di nozze scrivemmo: “In Cristo ogni costruzione si lega e si innalza armoniosa per formare un tempio santo”.

Sono trascorsi 40 anni e possiamo dire che quello che intuimmo allora, il desiderio che ci ardeva nel cuore, non è stato tradito. Lo possiamo dire, con umiltà ma anche con certezza, perché la fede che ci fece partire è diventata esperienza e crediamo non ci sia nulla di più misterioso e attraente. 

Il nostro vivo desiderio di genitorialità fu subito spazzato via perché si presentò, del tutto inaspettatamente, la condizione della sterilità. E’ un dolore feroce che sembra spegnere la luce, mette in discussione la persona e anche il significato del rimanere insieme, perché un amore non può essere sterile, la fecondità è una domanda ineliminabile dal cuore. E’ stata una prova molto dura, superata nel momento in cui ci fidammo con tutto il cuore di quello che la Chiesa insegna ed i suoi innumerevoli santi testimoniano e cioè che la genitorialità è molto di più di quello che pensavamo. Nella Chiesa sono chiamati “padre” e “madre” (e lo sono veramente) proprio coloro che scelgono la verginità, il non possedere. Essere padri e madri è una questione di sguardo, di cuore, di come ci si concepisce e si concepisce l’altro, qualsiasi “altro”.

Fu un cambiamento concreto. Quella che sembrava una condanna è diventata una ipotesi positiva sulla nostra vita, non fummo più determinati dal dolore di una perdita. Il dolore si può portare e non impedisce di intravedere un di più, di camminare verso un’altra terra, che schiudeva una promessa più grande e ancora più amata perché totalmente dono. 

Con tanta gioia demmo la disponibilità per l’affido e l’adozione. 

Molti ci sconsigliarono l’affido a causa della sua temporaneità, dicevano “non sarà mai vostro!”. Noi invece sentivamo che nessuno è “nostro” ma nessuno ci è estraneo perché i figli sono di Dio e Lui ce li affida, nella forma che sceglie per noi.

E come a confortarci subito, all’inizio di questa nuova strada, arrivò Gianluca, in affido. Aveva 7 anni e non aveva ancora varcato la soglia della nostra casa quando ci chiese: “Io di chi sono?”. 

E’ diventata la nostra domanda, è la domanda di tutta la vita e fu il primo prezioso regalo che abbiamo ricevuto, ancora sulla soglia. Ha vissuto con noi per dodici anni, poi è tornato in seno alla sua famiglia, dove, nel frattempo, tanti problemi si erano risolti. Dopo appena un mese dall’arrivo di Gianluca, il Tribunale dei Minorenni di Bologna ci propose l’adozione di Michele. Non aveva neppure due mesi ed era stato abbandonato nell’ospedale dove era nato. 

Accogliendo lui come figlio ci siamo sentiti amati di un amore che trascende la nostra misura. Quando arrivò la diagnosi della sua malattia genetica, degenerativa e incompatibile con la vita, mancavano pochi giorni a Natale. Intorno a noi c’era il clima della festa tipico del periodo di Natale, mentre noi avevamo ancora una volta la morte nel cuore. Ma l’annuncio che risuonava nella liturgia di quei giorni era “Nasce per noi un Salvatore” e noi fummo costretti a porci in modo nuovo di fronte a questo annuncio. Ci dicemmo che se era vero non dovevamo avere paura anche di fronte a un dolore così grande e a quello che attendeva noi e il nostro amatissimo e dolcissimo bambino. E ancora di più la fede è diventata esperienza perché in Michele Gesù si è fatto presente con una evidenza dolce e forte.

Abbiamo imparato a guardarci con occhi diversi, a tagliare via tutto quello che non era essenziale, a capire diversamente le priorità proprio a livello di come ci si concepisce e di che cosa è necessario per vivere.

Vivi perché amati e questo basta per un gioioso camminare. Anche nel buio, sotto la pioggia.

Guardare il nostro adorato Michele ogni giorno sapendo che il cielo è la nostra casa, la meta del nostro pellegrinaggio, ha cambiato il quotidiano, le cose di tutti i giorni e le nostre persone. Con lui abbiamo gustato tutto di più. In questi nostri travagliati tempi, dove l’umano sembra essersi affievolito davvero tanto, sentiamo parlare di vite indegne, vite inutili. Noi possiamo dire di avere conosciuto noi stessi guardando e amando lui e non sappiamo immaginare una vita più preziosa. Il suo cammino terreno, fatto di un sereno affidarsi, è durato 17 anni. L’amore è fatto per la fecondità! Avremmo desiderato adottare una bambina ma avendo già due figli, di cui uno ammalato, trovammo ostacoli a non finire fino al giorno in cui si spalancò una strada nel modo più impensato. 

Una suora italiana missionaria ad Haiti aveva un orfanotrofio con tantissimi bambini e ci disse che c’era una bambina di cinque anni con un fratellino ed erano inseparabili. Era notte e la prima reazione fu di rimanere senza fiato. Ci fu chiesto un altro “sì” ed è il sì che ancora oggi ci è chiesto ogni giorno, il sì che ogni giorno impariamo a dire nella Messa quotidiana, insieme alla richiesta di perdono per tutte le volte in cui non ce la facciamo. 

Crediamo che il momento più vero del nostro rapporto sia la richiesta di perdono e lo scambio del segno di pace.

Abbiamo condiviso un cammino prezioso con altre famiglie adottive e affidatarie, abbiamo lavorato sull’appartenenza, la storia di questi nostri figli, la famiglia d’origine, la ferita dell’abbandono che non smette mai di sanguinare. 

Ora sono due figli adulti, non è stato facile e, in particolare con il minore, Gabriele, siamo ancora tra le onde, tanto che a volte ci viene da gridare: “Signore non t’importa che affoghiamo?”. 

Sara, ora trentenne, è gioiosa, ha studiato, lavora, ci vuole bene. Convive con un compagno, divorziato, e questo ci causa sofferenza, non è facile accettare una decisione che riteniamo essere un di meno per loro. Eppure va abbracciata. Quando prese questa decisione, lo scorso anno, le dicemmo che non ci interessava l’esteriorità ma che pregavamo perché rimanesse viva in loro la domanda di quel di più che ancora non capivano. Da oltre vent’anni sono patrono stabile presso il Tribunale Ecclesiastico di Bologna e di matrimoni celebrati solo per passiva adesione ai desideri della famiglia o per semplice tradizione ne ho visti troppi.

 Siamo pieni di gratitudine per i tanti doni ricevuti, i familiari, gli amici. Non ci è mai mancato quanto necessario per continuare a camminare, scoprendo altre stanze, altre terre. E questo ripaga di ogni fatica, come quando si sale in montagna. C’è il fiato grosso ma il cuore canta. Vivere la fede è una condizione di vertigine, la vertigine che proviamo guardando le monache carmelitane di Ravenna che da alcuni anni accompagnano il nostro cammino. La loro vita è all’apice di questa vertigine, la loro stessa esistenza e la condivisione della preghiera ci aiutano a guardare Gesù come realtà così presente da cambiare le nostre persone e lo sguardo sugli altri e sulle cose. E crediamo non ci siano gioia e speranza più desiderabili.

Le scriviamo come segno di questa gratitudine e di rinnovata appartenenza.  Noi preghiamo per la Santità Vostra e ci permettiamo di chiedere a Lei una preghiera speciale per i nostri figli, Sara e Gabriele.

Con devozione filiale, Maria Costanza e Pietro Paolo

Fonte: Aleteia.org

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