Che cosa dobbiamo fare?

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per terza domenica di Avvento (16/12/18): dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,10-18), dai brani tratti dal libro del profeta Sofonìa (Sof 3,14-17) e dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 4,4-7).

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Il Vangelo di questa terza domenica di Avvento ripete, per tre volte, con grande insistenza, la stessa domanda: «Che cosa dobbiamo fare?». Prima sono le folle, che interrogano Giovanni, poi sono i pubblicani che vengono per farsi ‘battezzare’ e poi sono alcuni soldati! Tutti costoro chiedono: ’Cosa fare?’.

Ascoltando la parola ‘forte’ di Giovanni Battista, non potevano non chiedersi come rispondere, nella vita, a questa parola che annuncia un altro «più forte» di Giovanni Battista, un altro al quale egli non è nemmeno «degno di slegare i lacci dei sandali».

Ecco, vedete, questa è la domanda che dovremmo farci anche noi oggi: «Che cosa dobbiamo fare?».

Il Vangelo di Gesù, in questo tempo d’attesa della sua venuta, non è una notizia che non ci riguarda, la memoria di un fatto lontano, una cosa da sapere e basta, ma è un evento che ci tocca, ci coinvolge, ci smuove, ci interpella, non ci lascia come eravamo prima, ogni volta che lo ascoltiamo.

Anche noi oggi chiediamo ai tanti Giovanni Battista, annunciatori del Signore Gesù: «Che cosa dobbiamo fare?».

La Parola di Dio di questa domenica risponde, con grande abbondanza e varietà, a questo interrogativo concreto.

La prima risposta alla domanda è detta, proprio all’inizio della prima lettura, dal profeta Sofonia: «Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!».

Rallegrati – in latino laetare e viene da qui la tradizione che chiama questa terza domenica di avvento:”laetare!” –, questo è quello che il profeta comanda. Lui parlava a un popolo che viene allontanato dal Signore, aveva mescolato a Lui molti altri dei, un popolo che si era pervertito.

E a questo popolo dice: «Rallegrati, … grida di gioia, …, esulta».

Ma come è possibile?

Avrebbe dovuto rimproverare, sgridare, ammonire … e invece ‘comanda’ la gioia!

Ma, si può comandare al gioia? Si può obbligare uno a essere felice, contento, nella gioia?

Certo che no! Come si fa a costringere un altro ad essere felice? Se lo volessimo costringere, lo renderemmo infelice! Eppure, questa è la prima risposta alla domanda che le folle facevano a Giovanni («che cosa dobbiamo fare?») e che anche noi ci facciamo oggi.

Il Vangelo ci dice: «Rallegrati!».

È vero che la gioia non si può comandare, però è altrettanto vero che la gioia scaturisce spontanea, quasi ‘necessaria’, quando accade qualcosa di bello, quando ci è fatto un dono, quando qualcuno ci vuole bene e concretamente ce lo mostra!

Ecco, questa è proprio la ragione del ‘comando’ del profeta: «Rallègrati», dice, perché «il Signore ha revocato la tua condanna». “Tu stesso, popolo mio, ti eri condannato da solo, ti sei fatto del male con le tue mani, ti sei ferito. Il Signore è venuto per salvarti da questo male. Non ti lascia solo: «Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente».

Il profeta aggiunge: «ha disperso il tuo nemico».

Ecco, la presenza di Dio la sua forza diventa la tua forza, e tu, grazie a Lui, non sarai più oppresso dai nemici che insidiano la tua vita.

Non è che i nemici spariranno, non è che non ci sarà più chi ti minaccia, ma tu avrai la forza di affrontare, di resistere e di non scoraggiarti.

C’è, a questo proposito, un’altra bellissima espressione, nelle parole del profeta: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!». In effetti, la tentazione più forte, spesso, è quella di demoralizzarci. Finito un problema, spesso, subito dopo se ne presenta un altro e poi un altro ancora … sembra che le difficoltà, le prove, le fatiche non finiscano mai!

Allora la tentazione è di scoraggiarci, di farci cadere le braccia, di ‘mollare’ tutto, di lasciarci vincere dalla rassegnazione, dalla depressione, dalla disperazione!

San Paolo, nella seconda lettura, scrive ai cristiani della comunità di Filippi: «non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti».

Ecco, l’apostolo invita anche noi a non cadere nelle angustie dell’angoscia, a non rimanere intrappolati da ciò che ci fa vivere allo stretto, ciò che ci soffoca.

Ci invita a supplicare, a chiedere e a ringraziare il Signore, magari ancor prima che Lui ci abbia esaudito o quando ci pare che non ci abbia affatto ascoltato!

Perciò, anche Paolo ci dice:«siate sempre lieti nel Signore … siate lieti».

Questa è la prima risposta alla domanda da cui siamo partiti: «che cosa dobbiamo fare?». Ci è chiesto – perché ci è donato! – di stare nella gioia, di essere lieti, di rallegrarci.

Questa dovrebbe essere la ‘nota’ e il tono di ogni cristiano, anche quando è nelle angustie e nella prova. Lui sta nella gioia non perché non veda difficoltà e problemi, ma perché sa che il Signore è con lui, non lo abbandona, non lo tradisce, ma lo custodisce, lo salva, lo libera.

La gioia, però, non è un sentimento ‘sterile’, che ci fa rimanere chiusi in noi stessi, come una bottiglia di spumante che viene continuamente agitata e poi, così, finirebbe per scoppiare.

La gioia diventa come il ‘motore’ o la sorgente del nostro agire.

E qui torniamo al Vangelo.

Nelle tre risposte che Giovanni dà alle folle, ai pubblicani, ai soldati, egli indica con chiarezza un modo di agire, uno ‘stile’ di comportamento.

Tutte e tre le volte, le diverse risposte tengono conto di chi ha fatto la domanda. Ai pubblicani, che riscuotevano le tasse e ci potevano fare la ‘cresta’, Giovanni dice: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Dunque siate onesti, non approfittate del vostro potere, non abusatene, siate leali, siate giusti’.

Ai soldati, con la forza delle armi (di allora), dice: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Dunque: non siate risentiti, non lasciatevi dominare dalle scontentezza per ciò che non avete, non lasciatevi consumare dal tarlo dell’invidia, che vi impedisce di gioire di ciò che avete e si fa sempre guardare a ciò che manca. Perciò non abusate della vostra forza, estorcendo o maltrattando le persone che si aspettano giustizia da voi! Non siate violenti con chi è più debole, non fate i ‘furbi’ con le persone, facendovi forti della vostra forza!

E alle folle, Giovanni dice: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Questa risposta, che è la più generale, perché è rivolta alle folle, a tutti, senza distinzione e dunque anche a noi, nella sua essenzialità è davvero formidabile: condividi! Se hai una tunica e un vestito in più, danne a chi non ne ha e così per il tuo mangiare, per il cibo.

Vestito e cibo: tutto questo indica uno stile di vita, una ‘virtù’ fondamentale, che è la reciproca «amabilità», come dice Paolo.

E qui siamo vicinissimi alla gioia.

«Che cosa dobbiamo fare?». Questa era la domanda.

La risposta è: impara a condividere, a non trattenere, a non approfittare per il tuo egoismo dei beni che ti sono dati, impara a non abusare del tuo potere e delle tue forze.

La gioia ti porta a condividere e, se impari a condividere, accrescerai la tua gioia, anche se – magari – l’altro non apprezza il tuo dono, anche se l’altro non ti ringrazierà.

Nessuno può rubarti la gioia, perché la ragione della tua gioia è che il Signore è con noi!

don Maurizio

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