Da committenti a ‘genitori’: quando l’anagrafe esclude i diritti dei figli.

Marcello Palmieri sulle pagine di Avvenire commenta la notizia relativa ad una coppia omosessuale di Milano volata in California per ricorrere alla maternità surrogata e della insolita iniziativa del Comune di Milano che ha poi registrato i due bimbi rientrati in Italia con la coppia come «figli», riportando nei moduli dell’anagrafe «genitore 1» e «genitore 2» e inviando al contempo gli atti a Procura e Prefettura.

Mentre qui di seguito riportiamo il puntuale commento di Palmieri ricordiamo anche i diversi contributi pubblicati sul n. 15 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato ad affrontare il tema “Il desiderio di un figlio. Adozione ed eterologa a confronto“.

” … Uno dei due uomini ha fornito il seme, una donna gli ovociti, un’altra ancora il grembo per la gestazione. Ne sono nati un bimbo e una bimba che – una volta saldato il conto da parte dei committenti – sono arrivati con loro in Italia. Ed è di ieri la notizia diffusa da Rete Lenford, l’associazione che offre assistenza legale alle famiglie omosessuali: il Comune ha trascritto – dunque riconosciuto pienamente valido – il certificato di nascita dei piccoli, documento secondo cui i bimbi sono figli di due padri (dunque di nessuna madre).

In fondo nulla di strano per Milano, dove i moduli d’anagrafe, dal 2014, riportano la dicitura ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’. Resta pur sempre il fatto che il riconoscimento autonomo – cioè senza ordine del giudice – di una genitorialità omosessuale da maternità surrogata per l’amministrazione cittadina è una prima assoluta.

L’atto sarebbe stato compiuto secondo il disposto dell’articolo 28, comma 2, lettera b del Dpr 396/2000, che appunto invita a trascrivere in anagrafe gli atti di nascita esteri. Ma un’altra norma dello stesso decreto, l’articolo 18, pone un limite invalicabile: «Gli atti formati all’estero – questo stabilisce – non possono essere trascritti se sono contrari all’ordine pubblico». Vale a dire, se contrastano con i princìpi fondamentali e irrinunciabili del nostro ordinamento. Proprio quanto sembra essersi verificato in questa nuova vicenda, anche se la macchina amministrativa comunale non ha eccepito nulla. A rilevare è innanzitutto il fatto che i due bimbi sono frutto di maternità surrogata: una pratica che la nostra legge vieta dal 2004, alla quale tuttavia alcune coppie italiane – etero e omosessuali – ricorrono all’estero per aggirare la preclusione.

Ma è indispensabile ricordare che con sentenza 24.001 del 2014 la Corte di Cassazione ha testualmente dichiarato che il divieto di utero in affitto «è certamente di ordine pubblico, come già suggerisce la previsione della sanzione penale, di regola posta appunto a presidio di beni giuridici fondamentali». Spiegano ulteriormente i supremi giudici: «Vengono qui in rilievo la dignità umana – costituzionalmente tutelata – della gestante e l’istituto dell’adozione, con la quale la surrogazione di maternità si pone oggettivamente in conflitto». Una visione recentemente confermata dalla Corte Costituzionale, che nella pronuncia 272 del dicembre 2017, firmata da Giuliano Amato, ha ribadito l’«elevato disvalore» riconnesso dal «nostro ordinamento a questa pratica». Sottolineando pure, una volta di più, come la stessa sia «vietata da apposita disposizione penale».

E che qualcosa di illecito ci sia in questa vicenda mostra di saperlo pure il Comune di Milano. Se infatti da un lato ha accolto la richiesta dei due uomini, entrambi italiani, dall’altro ha fatto quanto imposto da una circolare del Ministero dell’Interno: segnalare il caso di surrogazione a Procura e Prefettura. Guarda a caso, proprio gli enti che – rispettivamente – promuovono l’azione penale e vigilano sull’ordine pubblico. Non è dunque escluso che questo caso sfoci in una situazione paradossale, con i gemellini riconosciuti figli dei (soli) due uomini, e questi condannati per il ricorso all’utero in affitto, i cui effetti sono stati riconosciuti validi dall’anagrafe municipale.

C’è poi un ulteriore problema: risponde al bene dei bambini crescere in una coppia omosessuale? La scienza finora non ha dato risposte univoche. Certo è che il diritto non prevede nulla di simile. Così, secondo diversi giuristi e professionisti dell’educazione, sarebbe più prudente agire secondo il principio di precauzione. Dunque applicando le leggi esistenti, e astenendosi dal riconoscere situazioni non normate o addirittura contrarie al diritto vigente. Il tutto sempre e solo nell’interesse dei piccoli”.

Fonte: Avvenire.

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