Dalla paura alla gioia, dallo stupore incredulo alla fede.

Il racconto del Vangelo di oggi, di Luca, apparentemente è molto simile alla scena del Vangelo della scorsa domenica, dell’evangelista Giovanni. In realtà, ogni evangelista racconta le apparizioni di Gesù, dopo la sua Resurrezione, con un timbro e una tonalità tutte particolari.

La prima apparizione raccontata da Luca è quella ai discepoli di Emmaus. Alle donne, recatesi alla mattina del primo giorno della settimana al sepolcro, appaiono solo due angeli, «due uomini … in abito sfolgorante».

Quella che abbiamo ascoltato oggi, nel Vangelo, è la prima e unica apparizione di Gesù «agli Undici e a quelli che erano con loro».

Siamo a Gerusalemme. I due di Emmaus stanno ancora raccontando e ri-raccontando del meraviglioso incontro con Gesù lungo la strada tra Gerusalemme e Emmaus: raccontano «ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane». È una sintesi bellissima dell’incontro pasquale di questi due discepoli.

Gesù si affianca loro lungo il cammino, ne ascolta le delusioni, le speranze infrante, le disillusioni, ma poi si lascia riconoscere «nello spezzare il pane»,dopo averli istruiti con la sua parola ‘di fuoco’.

È bella questa espressione: lo «spezzare il pane» che, per la prima Chiesa, era il modo per dire quel rito che noi oggi chiamiamo, con una parola molto ‘anonima’ Messa. Ite, missa est, si diceva nell’antico rito latino: “Andate, è finita!”, significava. Da qui l’abitudine a chiamare ‘Messa’ il rito dell’Eucarestia. Ma, nella storia e ancora oggi, sono (stati) molti i nomi che noi abbiamo dato a questo atto assolutamente decisivo della nostra fede cristiana.

Ecco, la Chiesa dei primi tempi diceva: lo «spezzare il pane».

A Emmaus così avevano riconosciuto Gesù, mentre spezzava il pane, proprio come durante l’Ultima Cena.

Quando Gesù ripete quel gesto rende nuovamente presente quell’ultimo e unico dono di sé che, nella Cena, anticipa la sua morte e la sua resurrezione.

Analogamente, quando noi, nell’Eucarestia, ‘spezziamo il pane’ rendiamo presente, per noi, oggi, quell’unico e ultimo gesto di Gesù.

Non è la memoria di un evento trascorso e perduto.

È la presenza di un dono che non passa, un dono che è un ‘presente’ che rimane per sempre.

Siamo forse troppo abituati a questo dono, per apprezzarlo davvero, con la meraviglia e lo stupore che dovrebbe suscitarci.

Comunque, mentre i discepoli stanno parlando di queste ‘cose’, dice il Vangelo di Luca, «Gesù in persona stette in mezzo a loro». Questa è una caratteristica dei racconti di apparizioni: Gesù arriva sempre in modo imprevedibile, sorprendente, in-atteso.

E, quando arriva, sta «in mezzo». Si pone al centro, come a riunire a sé i discepoli che tendevano a disperdersi, a dimenticare, lasciandosi travolgere dalle loro paure.

La parola che Gesù dice, secondo tutti gli evangelisti, è anzitutto una sola: è una parola di annuncio, è una parola che annuncia un dono, una grazia.

È una parola di luce e di speranza, una parola di perdono: «Pace a voi!».

Ma Gesù non dona solo la pace! Egli è pace, riconciliazione. Perciò Gesù ci apre alla speranza di una grazia che non nasce da noi, ma da Lui, non dalle nostre forze, ma dalla sua potenza creatrice e ri-creatrice.

La parola di Gesù risuona tra gli Apostoli e li sconvolge. Loro, infatti, erano «sconvolti e pieni di paura». È una nota piccola, ma molto significativa.

Sconvolto è lo stato d’animo di questi ‘poveri’ discepoli.

Lo sconvolgimento è come un terremoto dell’animo, è come un rovesciamento di tutto. Quando siamo sconvolti ‘salta’ tutto. Non ci capiamo più niente.

È la perdita di ogni riferimento. Può bastare un attimo, per sconvolgerci, ma gli effetti possono perdurare, per tutta la vita.

Allo sconvolgimento, come dice bene il vangelo di Luca, con una nota psicologica finissima, segue la paura. Anzi, erano tutti «pieni di paura». Erano travolti dalla paura.

Notate, però, lo sconvolgimento e la paura non erano legati solo, e anzitutto, alla morte di Gesù, ma alla sua resurrezione, e dunque all’apparizione di uno che era morto.

«Credevano di vedere un fantasma»,uno che era ritornato dai morti, ma continuando ad essere morto. Invece Gesù Risorto non è un fantasma, che per un attimo ritorna dall’al di là, per una missione speciale.

Gesù dice loro, per scuoterli dal loro sconvolgimento e dalle loro paure:«sono proprio io!». È un’esperienza molto forte e bella. Mentre dice così, chiede ai discepoli di ‘toccare’ il suo corpo, le sue mani, i suoi piedi, chiede loro di guardare bene: «un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Sono parole di fortissimo realismo.

Il Risorto ha carne e ossa, si lascia toccare.

I discepoli, così, ‘passano’ e transitano dallo sconvolgimento/paura alla gioia, ma è una gioia che impedisce loro di credere. Erano come sopraffatti dallo stupore e dalla gioia. Quello che stavano vivendo era talmente grande che ‘non potevano crederci’.

Così Gesù chiede loro qualcosa da mangiare.

Questi ‘poveri’ discepoli gli offrono quello che hanno lì, già pronto: «una porzione di pesce arrostito».

Scrive Luca: «egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».

Tutto questo è stupefacente. Bellissimo.

Allora Luca racconta come Gesù, dopo questi gesti concreti, si mette a istruire i discepoli. Li aiuta a ricordare le parole che aveva detto loro«quando ero ancora con voi».

Quando le avevano sentite, quelle parole, non potevano capirle. Ora è necessario che le ricordino, per ricomprenderle alla luce della Pasqua.

È Gesù stesso che li istruisce in questo affascinante cammino di rilettura. «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

È una parola di immensa luce: Lui, Gesù, nella sua Pasqua, è il ‘compimento’ di tutto ciò che è scritto nella Parola della Scrittura.

Luca aggiunge che Gesù «aprì loro la mente per comprendere le Scritture».

È come se Gesù aprisse la loro testa chiusa. Erano chiusi, non comprendevano, erano fermi su di sé, bloccati.

È Gesù che li apre, li trasforma, nei loro pensieri, nei loro affetti, nelle loro scelte.

Ecco che cosa stava scritto: «il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno».

Tutta la promessa di Dio, tutta l’opera di Dio, annunciata nella Scrittura, trova la sua verità definitiva nel patire e nel risorgere di Gesù.

La morte non è l’ultima parola. È vinta, sconfitta per sempre!

Questo significa il nome di Gesù. In questo nome, dice Gesù stesso, «saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati».

E aggiunge: «di questo voi siete testimoni».

Nella Pasqua di Gesù, Dio ci offre il perdono, Dio cancella le nostre infedeltà, il nostro rifiuto, la storia di male che affligge il mondo.

Ma questo richiede la nostra ‘conversione’, richiede la nostra risposta, il nostro volgerci a Lui, passando dalla paura alla gioia, dallo stupore incredulo alla fede.

Questo ‘passaggio’ ci rende «testimoni» di Gesù.

La fede si incarna in una pratica di vita, nell’amore in cui, come dice la seconda lettura, si riassumono tutti i comandamenti di Gesù!

don Maurizio

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