Deporre le vesti della tristezza, lasciarsi rivestire dallo «splendore della gloria» di Dio.

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per seconda domenica di Avvento (9/12/18): dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6), dai brani tratti dal libro del profeta Baruc (Bar 5,1-9) e dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 1,4-6.8-11).

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Nel tempo di Avvento, la Parola di Dio è sempre molto vivace, quasi lussureggiante. Così è anche in questa seconda domenica.

Ci sono, oggi, due grandi temi che si intrecciano e si richiamano tra loro: la conversione, il lutto e l’afflizione da una parte e la gioia dall’altra.

Il profeta Baruc si rivolge agli abitanti di Gerusalemme che erano appena tornati dall’esilio, e non erano in molti e stavano trovando molte difficoltà, e dice: «Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre».

Il profeta invita Gerusalemme con parole magnifiche a lasciarsi avvolgere dalla grazia, dalla «gloria dell’Eterno». È finito il tempo del lutto e dell’afflizione, il tempo del dolore, del pianto, il tempo in cui si piange su ciò che è stato perduto.

Il profeta, a nome di Dio, chiede di deporre le vesti della tristezza e di lasciarsi rivestire dallo «splendore della gloria» di Dio.

Chiede, il profeta, di lasciare che Dio agisca nella storia di questo piccolo popolo. Lasciarsi trasformare da Lui: sarà Lui a cambiare il lutto in gioia, l’afflizione in canto!

È Dio che, dice ancora Baruc, «ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni». È Lui che fa ritornare «in trionfo come sopra un trono regale» quei poveracci che erano fuggiti a piedi, «incalzati dai nemici».

La sua gloria è la sua misericordia e questa coincide con la sua giustizia. È attraverso la sua opera di misericordia che Dio ci rende giusti. La nostra ‘giustizia’ è un dono suo, se lo accogliamo!

Vedete, questo è proprio un messaggio di speranza e di fiducia.

È una Parola che invita anche noi, in questo tempo così complicato della nostra storia, nel mondo e anche in Italia, è una Parola che ci invita a non perdere – mai! – la speranza. Nessun lutto e nessuna afflizione è tale da spegnere in noi il sorriso di Dio!

Anche san Paolo, l’apostolo, scrivendo ai Filippesi, parla della gioia. Stavolta è la gioia di chi prega per chi gli è affidato e vede appunto con grande gioia che i cristiani lavorano con generosità «per il Vangelo».

Sono dei bravi discepoli, gli abitanti greci di Filippi. E l’apostolo dice, con fiducia, che Dio, «colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona», proprio Lui «la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù». Qui c’è uno sguardo molto dinamico: Dio agisce, la comunità risponde, Dio rilancia e porta a compimento il bene, la grazia.

Egli è fedele e porta fino in fondo quel che ha cominciato.

Il frutto dell’opera di Dio è la carità, che cresce – dice Paolo – attraverso un continuo «discernimento» e dunque nella capacità di «distinguere ciò che è meglio». Questo è molto importante, e bello, anche per noi: senza il discernimento anche la carità muore, si spegne, come un albero che non porta frutti. La carità richiede il discernimento, così come il discernimento richiede la carità, come il terreno sul quale, soltanto, può crescere.

Tutto questo, sarà ‘di grazia in grazia’ «fino al giorno di Cristo», fino al giorno in cui il Signore ritornerà e ci radunerà intorno a Lui!

Infine, ci sono le parole del Vangelo di Luca.

Anche qui si intrecciano la grazia e la conversione, il dono di Dio e la nostra fatica ad accoglierlo, a lasciarci plasmare da esso.

Questo Vangelo incomincia, in modo molto solenne, inquadrando e quasi incorniciando il Vangelo della Parola nella grande storia dell’impero romano, un impero allora molto potente, forte, ovunque diffuso, fino alla piccola Palestina, con le sue istituzioni religiose – «sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa» – che i romani con lungimiranza avevano lasciato e rispettato.

Ecco, in questo quadro, «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto».

In mezzo a quei grandi, potenti, che sono stati nominati, Giovanni non è nessuno, è solo il «figlio di Zaccaria» e abita nel deserto. Però Giovanni diventa grande perché «la parola di Dio» viene su di Lui, ne prende possesso e vi prende dimora.

Qui, al centro, è la potenza di Dio che, però, si radica, e si incarna quasi, su un piccolo uomo che, oltretutto, non abita in una grande città, ma al confine, «nel deserto», appunto.

È bella, qui, la potenza della Parola: «la parola … venne». È un atto di grazia, da parte di Dio, che sceglie un uomo che lo accoglie e lo ospita, anzitutto su di sé.

Comincia, così, qualcosa di nuovo, di sorprendente, di inaudito, di meraviglioso, pur se in modo apparentemente dimesso e, al limite, quasi invisibile.

Dio agisce così nella storia. Non agisce attraverso opere e gesta faraoniche, strepitose, straordinarie. Agisce nelle cose piccole, apparentemente insignificanti. Occorre avere gli occhi acuti e riconoscerle.

Questo è molto importante anche per noi: vincere la tentazione di guardare alla storia in modo superficiale, lasciandoci ingannare dalle cose che abbagliano o che fanno più rumore e dimenticando invece l’opera discreta e graziosa di Dio, che opera efficacemente a partire dalle cose più umili e piccole.

Ora, ‘abitato’ dalla Parola, quasi scavato da essa, e così essendosi lasciato plasmare dalla Parola, Giovanni comincia a percorrere «tutta la regione del Giordano». Non sta fermo, il profeta.

Sconvolto dalla Parola, che ha ricevuto per grazia, si fa annunciatore e testimone di questa Parola.

Non dovrebbe avvenire così anche per noi? Se lasciamo che la Parola ‘venga’ in noi, allora poi la possiamo ri-donare agli altri, non trattenendola solo per noi.

E che cosa dice Giovanni?

Predica «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». Questo ricorda un po’ il profeta Abacuc, quando parlava delle vesti del lutto e della afflizione. Qui, in modo apparentemente contrario, Giovanni dice di vestirsi delle vesti dalla conversione, del lutto, dell’impegno faticoso.

Ma non è molto diverso: per deporre le vesti del lutto e dell’afflizione occorre, prima averle messe. Così Giovanni predica un battesimo di conversione.

La Parola di Dio non ci lascia mai tranquilli, nel nostro comodo egoismo. Ci scuote. Ci smuove, ci stana, ci fa uscire dall’egoismo.

E come? Ci stana liberandoci, facendosi grazia, perdonandoci, annunciandosi come una Parola di libertà.

Ci convertiamo perché Dio ci perdona. Non accade il contrario, che Dio ci perdona perché noi ci convertiamo.

È il suo perdono, è la sua grazia che ci spinge alla conversione.

È il Signore che, come dice Giovanni sulla scia di Isaia, riempie i burroni, abbassa i monti e i colli, raddrizza le vie tortuose.

A noi è chiesto di accogliere tutto questo, con la nostra fattiva collaborazione, pieni di fiducia in Lui.

Di tutto questo Giovanni è ‘voce’. Egli è voce della Parola.

Non è lui la Parola.

Egli è solo la voce.

Ma senza la sua ‘voce’ la Parola non avrebbe nessuno che la proclama.

Anche a noi, oggi, dopo averla accolta noi stessi, è chiesto di diventare, nel nostro piccolo quotidiano, voce della Parola!

don Maurizio

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