Dio ci accompagna e cammina con noi, con la sua grazia e la sua dolcezza.

Oggi celebriamo la festa del Battesimo e cioè dell’«immersione» di Gesù nel Giordano, da parte di Giovanni il Battista.

Battesimo, secondo il significato della parola greca, qui ha il senso di ‘immersione’. Il Battesimo di Gesù, quindi, è altra cosa rispetto al nostro, anche se il nostro Battesimo è opera sua, è opera della grazia di Dio che si è manifestata in Gesù.

Il nostro Battesimo è un sacramento nel quale noi partecipiamo di questa grazia filiale che ci è donata in Gesù. È a Lui che, oggi, ci è chiesto di guardare, è Lui che ci è chiesto di ascoltare, anche per comprendere il nostro Battesimo!

La Parola di Dio oggi ci fa compiere quasi un piccolo itinerario, a questo proposito.

La prima lettura parla della consolazione annunciata da Isaia. Il Vangelo ci annuncia il compimento di questa consolazione e la seconda lettura ci invita alla gratitudine per il giorno del nostro Battesimo.

È un cammino cui è chiamato ciascuno di noi!

Il profeta Isaia parla a «nome del Signore», con parole bellissime: «Consolate, consolate il mio popolo … Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata». Il profeta dice quello che il Signore gli ha ‘ordinato’: di annunciare ‘la consolazione’!

Così il profeta incita Gerusalemme, il popolo di Israele tutto, a lasciarsi consolare, nel profondo.

Perché?

Perché, dice il profeta invitando a ‘gridare’, è finita la tribolazione, la colpa è scontata. Sono finiti i tempi della tribolazione, dell’afflizione, del dolore, della fatica, della difficoltà. È finito il tempo del male che noi facciamo a noi stessi, quando facciamo il male.

E perché è finito tutto questo? Ma è davvero finito tutto questo? E in che senso è ‘finito’? Che cosa annuncia il profeta? Quale è la ‘consolazione’ che egli annuncia?

Al popolo chiede di preparare nel deserto la via al Signore, perché «si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno». Ecco la lieta notizia che deve essere annunciata al popolo di Dio: il Signore, «il vostro Dio», ecco, «viene con potenza», per esercitare il suo «dominio», il suo potere, la sua regalità. Egli arriva «come un pastore» che «fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna».

Ecco quale è la potenza del Dio che viene: è la potenza del pastore che porta il suo gregge, intero, a pascoli di vita e di luce. È la potenza del pastore che raduna chi è sbandato, ci fa ritornare una comunità raccolta attorno alla sua voce, alla sua Parola.

Questo pastore ha particolare attenzione per gli agnellini: li porta «sul petto», se ne fa carico, perché sono ancora deboli e fragili, non sono ancora pronti ad affrontare le fatiche e le asprezze del viaggio.

Questo ‘pastore’ ha una cura speciale anche per «le pecore madri», quelle che portano in sé la vita futura del gregge, la speranza della vita che continua. Conduce queste pecore «dolcemente».

Vedete, dunque, quello di Dio che viene, è un potere di dolcezza.

Non è un potere dispotico, che opprime, schiaccia, approfitta dei deboli. Al contrario, è un potere che porta giustizia, attenzione, grazia, speranza, dolcezza.

Anche noi, oggi, nella nostra epoca, noi che siamo qui, sentiamo risuonare queste parole del profeta Isaia.

È una illusione, forse, la consolazione di Dio? Quante volte noi ci accostiamo al Signore per trovare consolazione, dai nostri affanni, dalle nostre fatiche, dai nostri dolori, dalle nostre pene! Quanta gente cerca consolazione in Dio!

Eppure, quanta gente, quanti cristiani, poi si allontanano dalla fede perché in Dio non hanno trovato quella consolazione che cercavano. Quella pace, quel ristoro che attendevano non arrivava.

E allora si sono detti: “a che serve credere? Tanto, la consolazione della fede è illusoria!”.

In effetti, c’è un modo illusorio per cercare la ‘consolazione’ della fede.

Nel passato, qualcuno ha detto che il cristianesimo è come ‘l’oppio’ dei popoli, come una droga che ti fa credere che la vita sia bella, ma che in realtà non cambia nulla, anzi quando finisce il ‘sogno’ e si torna alla realtà, questa appare ancora più dura, ingrata, difficile o impossibile da sopportare!

In realtà «la tribolazione è compiuta» non nel senso che Dio elimina, con la sua presenza, le fatiche e le asprezze della vita, ma perché egli ci accompagna e cammina con noi, con la sua grazia, con la sua dolcezza, con la sua presenza.

Questo è proprio il centro del annuncio lieto del Vangelo di oggi.

Mentre tutti si domandano se non sia Giovanni il Cristo, Giovanni dice che, dopo di lui, dopo il suo battesimo nell’acqua, viene uno «più forte», a cui lui non è degno di fare il servo, che li «battezzerà in Spirito Santo e fuoco».

È questo il Battesimo che Gesù opera in noi: è l’immersione nel ‘soffio’ dell’amore di Dio, è l’immersione nel fuoco della grazia che brucia, riscalda, illumina.

Mentre Giovanni dice queste cose – non sono io il Cristo! – ecco, in mezzo a tutta la gente che compie questo gesto di ‘conversione’ che è l’immersione’ nel fiume Giordano, ecco arriva Gesù.

Arriva come uno dei tanti. È mescolato tra i suoi, tra di noi. Nessuno può distinguerlo.

Da tanti anni Gesù vive a Nazareth, lavora, prega, sta con gli amici. Certo, non si è ancora sposato e questo è strano per un ebreo della sua età. Ma, chissà, pensava qualcuno, forse si sposerà anche Lui, prima o poi.

Così, come uno dei tanti, uno dei molti, Gesù si immerge nelle acque del Giordano. E poi si raccoglie in preghiera.

La preghiera di Gesù: un mondo meraviglioso in cui non possiamo entrare fino in fondo, perché è il mondo della comunione, del dono, della pace perfetta, che è la Trinità di Dio.

E, infatti, proprio mentre Gesù è in preghiera si squarcia il cielo, quel cielo che si è aperto nell’Incarnazione di Dio e ora si manifesta di nuovo.

Il cielo è solcato dal volo di una colomba, un segno di pace, di vita che si rinnova – la colomba che porta a Noè un ramoscello di ulivo, alla fine del diluvio -.

E, poi, si ode «una voce dal cielo»: è la voce stessa di Dio che, in quell’uomo, riconosce «l’amato», il Figlio suo, colui nel quale Egli pone «il suo compiacimento», la sua gioia, la sua soddisfazione.

Il Battesimo, mentre Gesù si immerge nella nostra umanità, fino in fondo, diventa il luogo in cui appare e si manifesta la sorpresa di un Dio che è comunione, grazia, dolcezza, gratuità, bellezza, luce, pace.

Da qui la gratitudine del nostro Battesimo.

Paolo, nella seconda lettura, dice che nell’acqua del Battesimo siamo stati «salvati, non per opere giuste da noi compiute», non in forza dei nostri meriti, «ma per la sua misericordia».

Noi, nell’acqua del Battesimo, che ci «rinnova nello Spirito», siamo stati «giustificati per la sua grazia». È la grazia di Gesù, è il dono di Dio che ci fa «eredi» di questa sua grazia, «eredi della vita eterna».

Questo ci abilita, ci dà la forza di camminare nella consolazione di Dio.

Camminiamo nella speranza, attraversando fatiche, dolori, difficoltà, ma ‘consolati’ da questa grazia che ci sostiene, ci purifica, ci guarisce dal male e ci apre all’attesa del giorno in cui si compirà la beata speranza di Dio per noi!

don Maurizio

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