Donando non perdiamo, ma ritroviamo.

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la XXXII domenica del Tempo ordinario (11/11/18): dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44), dai brani tratti dal primo libro dei Re (1Re 17,10-16) e dalla lettera agli Ebrei (Eb 9,24-28).

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Protagoniste, insieme a Gesù, di questa liturgia della Parola, oggi, sono due vedove, due donne che – nella cultura di quel tempo – sperimentavano tutta la miseria e la fatica della vita.

È vero che la ‘solidarietà sociale’ era molto più sentita, ma mancavano totalmente sussidi e sostegni economici, di qualsiasi tipo. Così le donne che rimanevano vedove appartenevano alle categorie dei poveri e dei bisognosi.

La prima lettura, dal Libro dei Re, racconta una scena intrigante e affascinante.

Nel pieno della siccità che ha colpito Israele, su comando del Signore il profeta Elia si incammina per la città di Sarepta, vicino a Sidone, nell’attuale sud del Libano.

Quando arriva «alla porta della città», incontra «una vedova che raccoglieva legna».  Riconoscendo in quella donna, vedova, quello che il Signore gli aveva indicato («ecco, io ho dato ordine ad una vedova di sostenerti»), Elia le chiede «un po’ d’acqua per potersi dissetare.

La donna, senza discussioni, gli obbedisce e lo ascolta.

Allora il profeta, mentre se ne sta andando, le chiede: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane».

Stavolta quella vedova gli risponde: gli racconta la sua estrema povertà. Non ha più pane. Ha solo un po’ di farina e di olio. Non le resta che raccogliere un po’ di legna, per preparare qualcosa di cotto per lei e per suo figlio: «la mangeremo e poi moriremo».

Non ha speranza, questa donna. C’è addirittura un senso di scoramento, di rassegnazione nelle sue parole. Non c’è più nulla da fare.

Fiducioso nelle parole che il Signore gli aveva rivolto, però, Elia incoraggia questa donna. «Non temere, le dice: cioè “abbi fede. Il Signore non ti abbandonerà. Fai pure quello che avevi in mente, le aggiunge. Però, ancor prima di provvedere a te e a tuo figlio: «prepara una piccola focaccia per me e portamela»”.

Questa donna non ha da mangiare nemmeno per se stessa e per il figlio e, invece, il profeta le chiede di provvedere addirittura anche per lui. La fede del profeta è incrollabile: «poiché così dice il Signore … La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà…»!

La donna si fida del profeta: «andò e fece come aveva detto Elìa».

E davvero accade quello che il profeta le aveva profetizzato: «la farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì». Tutto avvenne «secondo la parola che il Signore».

Questo miracolo è talmente bello che sembra una favola.

Ascoltandolo, forse, possiamo pensare: “Sì, sì, è una bella cosa la provvidenza … però, come possiamo credere nella provvidenza di Dio, quando ci sono centinaia di milioni di persone che soffrono la fame, la sete, la povertà? E anche tra noi, senza andare troppo lontano, ci sono persone che – senza darlo a vedere, magari – fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Dov’è qui la provvidenza di Dio?”.

Però, vedete, se ci pensiamo bene questo ‘miracolo’, raccontato oggi nella prima lettura, non è poi così raro. C’è in esso, una verità nascosta della nostra vita.

Questa povera vedova, nella sua indigenza, fidandosi senza condizioni della parola del profeta, e di Dio, fa un dono al profeta. Questo ‘dono’, per lei, significa che si priva di quello che ha per vivere! Perde tutto.

Ma, inspiegabilmente, questo dono – con cui lei ha perduto tutto – si moltiplica. Lei credeva di perdere e invece ritrova, in modo meraviglioso, con abbondanza ancora maggiore, quello che aveva perduto.

Il dono si moltiplica.

Questo, mi pare, rivela una verità nascosta, ma molto profonda della nostra vita. Quando ricevo un dono, in effetti, da qualcuno, questo dono suscita spontaneamente, in me, non solo il desiderio di ringraziare, ma anche, molto più, di ridonare a mia volta, a qualcun altro.

Ricevere un dono ‘ci spinge’ a donare.

Certo, siamo liberi anche di non farlo. Ma, al di là di questo, ogni dono ricevuto è come un appello a ridonare a nostra volta.

La stessa cosa accade, naturalmente, quando noi, dopo aver ricevuto, doniamo ad altri, stimoliamo l’altro a ridonare a sua volta.

Il dono si moltiplica e diventa occasione e fonte meravigliosa di vita!

Non è, tutto questo, un ‘miracolo’ di vita? Non è forse così che nel mondo si realizza la provvidenza di Dio?

Ciascuno di noi è la mano attraverso cui Dio ‘provvede’ ai suoi figli!

Il Vangelo di Marco, a sua volta, parla di un’altra vedova. Sono pochissime le parole che l’evangelista dedica a questa donna. Eppure ne esce un ‘quadretto’ meraviglioso e ‘miracoloso’.

Gesù, «seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete».

È bello immaginarci questo sguardo di Gesù, che è seduto di fronte al tesoro del tempio, e sta lì ad osservare la folla. Il suo sguardo è acuto, attento e profondo.

«Tanti ricchi ne gettavano molte». Sembra di vederli, questi ricchi, che con grande solennità gettano le loro monete dall’alto, facendole tintinnare tutti compiaciuti del loro ‘dono’.

Appena prima, Gesù nel tempio, aveva arringato la folla, in modo molto duro. Aveva messo in guardia dagli scribi: «amano … lunghe vesti» per farsi notare, aveva detto; «saluti nelle piazze» per essere da tutti riconosciuti e riveriti; «primi seggi nelle sinagoghe» per essere primi nei luoghi di preghiera e di culto; «primi posti nei banchetti» per essere ai primi posti dei ranghi sociali. Così, accecati dalla loro ipocrisia, «divorano le case delle vedove», approfittano di chi è povero.

Sono spietati, inflessibili, con chi è più debole di loro.

Come se non bastasse, ostentano di essere ‘religiosi’ e fedeli a Dio: «pregano a lungo per farsi vedere».

Questi sono uomini doppi, intrappolati nella loro doppiezza. Si illudono di essere bravi, perché sono onorati e rispettati. Ma fanno tutto ciò solo per posa, per essere ammirati. Sono molti quelli che, nella folla, fanno così.

Però, ad un certo punto, arriva «una vedova povera». Questa donna non sfugge allo sguardo di Gesù.

Nel tesoro, questa donna getta «due monetine, che fanno un soldo».  Nulla, poco più che niente, all’apparenza.

Gesù non le dice nulla. Chiama, invece, i discepoli. Sono le sue ultime parole, prima della passione e del ‘discorso escatologico’ del capitolo tredici.

Queste parole sono come un testamento, per i suoi discepoli, per tutti noi. Come una ‘magna charta’ della vita del cristiano: “questa donna, dice, «così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Gli altri, infatti hanno dato solo «una parte del loro superfluo». Quella donna invece «vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»”.

Il ‘poco’ di quella vedova, in realtà, è tutto per lei.

È un dono che nasce dalla fede e dalla gratitudine per il suo Signore.

Donando non perdiamo, ma ritroviamo.

È grazie alla potenza meravigliosa di tutti questi doni quotidiani che il nostro mondo va avanti.

È grazie a questi doni ricevuti e ridonati che tutti noi possiamo ancora sperare.

don Maurizio

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