Gesù, il compimento dell’affidabilità di Dio

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la II domenica di Quaresima (17/3/19): dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28b-36), dai brani tratti dal libro della Gènesi (Gen 15,5-12.17-18) e dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 3,17 – 4,1).

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Iniziamo oggi la seconda settimana della Quaresima, questo ‘tempo propizio’ di cammino verso la Pasqua di Gesù che, come dice la seconda lettura, è un anticipo del nostro ‘destino’ di grazia: perché egli «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso».

Ricordate, nel giorno delle Ceneri, una delle formule del rito è: «ricorda che sei polvere e in polvere ritornerai»? Che cosa significa questo se non che il nostro fragile corpo, che siamo noi, è ‘destinato’ a morire?

Eppure, questo fragile corpo, questo «misero corpo», come dice Paolo, è destinato ad essere trasfigurato e dunque è fin d’ora portatore di una bellezza che anticipa la trasfigurazione finale, la pienezza di grazia che colmerà la nostra vita nell’eternità di Dio!

Nella liturgia di oggi la Parola di Dio è una guida preziosissima nel nostro cammino verso la Pasqua di Gesù.

La prima lettura, da Genesi, ci fa memoria di un meraviglioso momento nella storia di Abramo.

Giunto nella terra che il Signore gli aveva promesso, una notte Dio chiede ad Abram di uscire dalla sua tenda. Gli chiede di alzare gli occhi al cielo e, cosa impossibile, di contare le stelle: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle». No che non riesce, Abramo! «Tale sarà la tua discendenza», aggiunge Dio. Dunque, gli dice: “la tua discendenza sarà innumerevole, sarà così numerosa che nessuno potrà a contarla”. Ma, lo sapete, Abram non aveva figli.

La promessa di Dio, dunque, sembra impossibile. Come potrà avere una discendenza sterminata uno che non ha una discendenza?

Ecco, vedete, la promessa di Dio sembra impossibile.

Non accade così molte volte nella nostra vita? Non accade, ad esempio, che in certi momenti intravediamo una strada di bene, e allora nascono in noi desideri di bene, attese, speranze e poi, a un certo punto, tutto sfuma?

Non è così anche nella nostra vita molte volte, se non sempre?

Da qui nasce il dubbio, la domanda: “ma il Signore è davvero affidabile? Non è che le sue promesse sono i nostri sogni, le nostre illusioni?”.

Quale fu la risposta di Abram? «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia». Ecco dove sta la giustizia di Abram: sta nella sua fede. Questa è la giustizia del credente: non sono le sue opere, da cui ci si aspetterebbe un premio da parte di Dio, ma, piuttosto, è l’affidarsi alla promessa di un Dio che si fa presente nella storia con la sua grazia, con il bene che suscita il nostro desiderio!

Abramo è il ‘padre’ di tutti i credenti: è il ‘modello’ dell’uomo che si affida, che conta sulla promessa di Dio.

Il secondo passaggio, molto bello, di questa prima lettura è il rito di alleanza. Nel suo dialogo con Dio, Abram gli chiede: “ma «come potrò sapere» che davvero tu mi darai il possesso «di questa terra?» e, con essa, una discendenza innumerevole”?

Così Abram, su ordine di Dio, prepara degli animali, li taglia in due.

Cala di nuovo la notte: «tramontato il sole, si era fatto buio fitto». Abram è colto da terrore e anche da «grande oscurità», mentre un torpore lo assale, una stanchezza micidiale.

È nella notte, la notte dell’assenza di Dio, che Dio si fa presente nel «fuoco di una fiaccola ardente» che consuma gli animali offerti da Abram.

“Mi accada questo, di essere squartato in due, se non terrò fede a questa promessa di alleanza”. Sono le parole che ci dicono il senso del rito di alleanza. Dio si impegna, gratuitamente, a favore di Abramo. Questa ‘affidabilità’ di Dio si è compiuta in Gesù.

Il Vangelo è il bellissimo e affascinante racconto della trasfigurazione. Tutti gli evangelisti collocano questo episodio dopo l’annuncio della passione, della morte e della Resurrezione. Così fa anche Luca. Anzi, poco dopo, in questo capitolo nono, l’evangelista Luca dice che Gesù «prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme». Ecco, in mezzo, sta questa esperienza particolarissima, eccezionale, che è la trasfigurazione.

Gesù prende con sé, come testimoni, tre dei suoi discepoli: «Pietro, Giovanni e Giacomo», gli stessi che saranno testimoni del Getsemani. Con loro, egli «salì sul monte a pregare». Questo monte richiama il Sinai, il luogo dell’incontro e della manifestazione di Dio al popolo, durante il duro cammino nel deserto. Così, su questo monte, Gesù si rivela, lungo il duro cammino verso Gerusalemme.

Così è anche per noi: non ci sono, anche per noi, dei momenti di grazia, in cui Dio si rivela nella sua bellezza, come a rassicurarci, a sostenerci, a consolarci nell’asprezza o nella aridità del cammino della vita?

Luca segnala due aspetti della ‘trasformazione’ di Gesù: il volto e la veste.

Il volto cambia «d’aspetto», anche se non dice come. Diventa altro, il volto di Gesù. E la veste diventa «candida e sfolgorante». Qui domina la luce, una luce così intensa che non si può guardare …

Appaiono subito con Gesù «due uomini» che conversano con Lui: sono Mosè ed Elia. Questi, dice Luca, con Gesù «parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme». Ecco, parlano proprio della Pasqua, qui chiamata in modo sorprendente e bellissimo, l’esodo di Gesù: è la sua uscita da questo mondo e il suo giungere nel compimento della promessa di Dio, la comunione con Lui nell’eternità.

L’evangelista sottolinea il ‘sonno’ dei discepoli. Questo ‘sonno’ richiama il ‘torpore’ di Abramo. È un sonno che dice la nostra incapacità a ‘reggere’ e a sopportare la rivelazione di Dio.

È faticoso, anche, il nostro rapporto con Lui. È affascinante, è grazioso, ma anche e anzitutto ‘faticoso’. Occorre metterci del proprio!

Poi, all’improvviso, i tre si svegliano, come entrando in un nuovo mondo «e vedono la sua gloria». Allora, per dono, possono vedere e gustare «la gloria» di Gesù, la sua bellezza sfolgorante, la sua luce affascinante, la sua grazia sovrabbondante.

Gesù è compimento della Legge e dei profeti.

E quando i due, Mosè ed Elia, fanno cenno di separarsi da Gesù, in un tentativo (vano) di far continuare questa meravigliosa esperienza, Pietro propone a Gesù di fare «tre capanne». Pietro è fuori di sé: «non sapeva quello che diceva». Sapeva solo, questo sì, e molto bene, che quel che stava vivendo era straordinariamente bello: «Maestro, è bello per noi essere qui». Pietro non avrebbe mai voluto che questa grazia’ cessasse, che questa luce finisse, che questa Presenza cessasse.

Così è anche per noi: quando viviamo un’esperienza bella vorremmo trattenerla, non perderla.

In questo momento, poi, accade qualcosa di ancor più grande: «venne una nube», è la nube di Dio, è la nube della Presenza che si rivela nell’assenza. È una nube che li copre «con la sua ombra».

Ombra e luce. Oscurità e chiarezza. Così è Dio, per noi.

Hanno paura, questi tre, entrando nella nube. Lì, però, ascoltano la ‘voce’ di Dio. Dio, noi, non possiamo vederlo. Possiamo ’solo’ ascoltarlo, credere nella sua promessa.

La voce ‘presenta’ Gesù e lo riconosce come il Figlio, ‘l’eletto’. È il Figlio che rivela il Padre. È la Pasqua che ci rivela chi è Dio, amore, fino alla fine, fino al dono di sé.

Tutto, poi, all’improvviso, cessa.

Questa ‘rivelazione’ è grazia.

Ma è una grazia donata anche a noi.

I tre discepoli, in quel momento, non dicono «a nessuno ciò che avevano visto». Facevano fatica a comprendere quel che era accaduto. Un giorno avrebbero compreso.

Questo è anche il nostro cammino verso la Pasqua, tra luce e ombra, tra fatica e gioia!

don Maurizio

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