I ‘piccoli’ possono accogliere il Regno di Dio, perché è grazia, è dono.

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la XXVII domenica del tempo ordinario (7/10/18): dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,2-16), dai brani tratti dal libro della Gènesi (Gen 2,18-24) e dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,9-11).

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La Parola di Dio di questa domenica è particolarmente bella e attuale, come sempre, del resto, se siamo disponibili a lasciarci ‘toccare’ dalla sua forza.

Alla domanda provocatoria dei farisei, che lo vogliono mettere alla prova, con una domanda trabocchetto, Gesù risponde con la sua consueta ‘divina’ sovranità e grandezza.

Al tempo di Gesù, infatti, i farisei discutevano tra loro sulla questione del matrimonio. Tutti permettevano il ‘divorzio’, che chiamavano il ripudio (e che era permesso solo al marito!), ma alcuni lo ammettevano solo in caso di adulterio e altri, praticamente, per qualsiasi motivo.

Con questa domanda, i farisei vogliono vedere da che parte sta Gesù.

È interessante che Gesù, come faceva spesso, risponda con un’altra domanda: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». È infatti un passo della Bibbia che permette il divorzio, nell’Antico Testamento.

Gesù con grande franchezza, non sconfessa Mosè, il testo biblico, ma dice: «per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma». La durezza del cuore è l’indurimento del peccato, è la durezza di chi rifiuta l’alleanza con il Signore e non ascolta la sua Parola, preferendo essere lui il signore della sua vita.

«Ma», dice Gesù … è forte questo avversativo! Alla pagina del Deuteronomio, che ammetteva il divorzio, Gesù aggiunge la pagina della Genesi e così si richiama all’origine, «dall’inizio della creazione».

Qui Gesù cita due passi, Gen 1, 27-28 e Gen 2, 24, che si richiamano ai due bellissimi racconti della creazione dell’uomo e della donna. Il secondo passo citato da Gesù lo abbiamo ascoltato nella prima lettura.

È un testo famosissimo che, però, è tanto famoso quanto bistrattato e incompreso.

In quel racconto, con grande fantasia, Dio è immaginato come un ‘artigiano’, che plasma l’uomo con la polvere del suolo, gli dona il suo spirito, lo mette in uno splendido giardino, la terra, con al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Ma questo è solo un aspetto. Questo ‘adam’, plasmato dalla polvere (che in ebraico si dice adamàh«non è bene che sia solo».

È importante ricordare che questa espressione si riferisce tanto all’uomo maschio quanto alla donna: adam, infatti è tutti e due, perché (con l’articolo) indica l’umanità, nel suo insieme.

Nessun uomo, uomo o donna, è fatto per la solitudine e l’isolamento. C’è, in ognuno di noi, un profondo desiderio di relazione, secondo la Parola stessa di Dio.

Poi c’è la scena della presentazione all’adam di tutti gli animali selvatici.

A questi l’uomo dà il loro nome, ma in nessuno di essi l’adam trova «un aiuto che gli corrisponda». Per quanto le cose e gli altri esseri viventi siano belli e graziosi, tuttavia non c’è nessuna cosa, nessun vivente che possa colmare e saziare il desiderio profondo di relazione.

È il desiderio di qualcuno che ci corrisponda, che ci stia di fronte, che possiamo guardare e che ci possa guardare, che ci possa parlare e a cui noi possiamo parlare.

Pensate! Non è quello che è successo a ciascuno di noi quando eravamo bambini? Abbiamo cominciato a camminare ‘a quattro zampe’ e poi, a un certo punto, ci siamo alzati in piedi, per guardare ed essere guardati, per entrare in relazione con il ‘volto’ dell’altro!

Così, la Genesi racconta in modo fiabesco e drammatico, a un certo punto Dio fa scendere sull’uomo «un torpore» e, un sonno misterioso, enigmatico. Egli sta per compiere un atto creativo, sta per compiere un gesto sorprendente e meraviglioso a cui nessun adam può assistere.

Nemmeno una madre o un padre possono comprendere fino in fondo quel che accade quando essi generano un figlio. L’hanno ‘fatto’ loro, ma non l’hanno ‘fatto’ loro. C’è qualcosa di immensamente grande, più grande di ogni opera umana, quando un piccolo d’uomo viene al mondo.

Questa ‘altra’, che il Signore plasma dalla ‘costola’, cioè con la carne e le ossa dell’adam, perché sono della stessa pasta, viene poi dal Signore stesso ‘condotta’ all’adam.

E qui la Bibbia racconta la sorpresa, lo stupore, la gratitudine, la gioia del primo incontro tra un uomo e una donna.

È come la parola del primo innamorato. Ed è molto bello che la prima parola dell’adam sia un atto di riconoscimento grato e colmo di speranza: «Questa volta» – dice l’adam – “davvero questa/o altra/o è colei/colui che desideravo”, ma senza poterlo sapere fino in fondo.

Non succede proprio questo quando un uomo e una donna si incontrano e si innamorano? “È come me, ma è altro da me”.

E poi, l’adam dà il nome alla donna, chiamandola ishah (donna), e dà a se stesso un nome, chiamandosi ish (maschio).

C’è un bellissimo gioco di parole nella lingua ebraica: è vero che il nome della donna (ishah) viene dato dall’adam, ma questo dà a se stesso un nome nuovo, a partire dal nome della donna. Non c’è l’uomo senza la donna, come non c’è la donna senza l’uomo, in un processo di continuo riconoscimento reciproco.

Così, conclude Genesi 2, che viene citato anche da Gesù, ogni uomo lascia il padre e la madre e si unisce a sua moglie, per diventare con lei «un’unica carne», dice Genesi, «una carne sola» dice il Vangelo. Diventano uno, ma restano due.

Questo è il dono speciale, questa è la grazia che sta all’origine del matrimonio. Una grazia che, appunto, ha alla sua origine un dono bello, una promessa di bene.

Gesù, nelle sue parole dice proprio questo: «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

È Dio che congiunge’, che unisce, che mette in comunione, perché durante tutta la loro vita gli sposi possano darsi l’uno all’altra, pur con tutte le fatiche, i limiti, le debolezze che sono proprie della nostra umanità, e perfino, a volte, con i fallimenti che possono accadere.

Voi sapete che, a partire dal Sinodo di due anni fa, proprio su questo ‘fallimento’ papa Francesco ha chiesto a tutta la Chiesa di impegnarsi in un cammino di accoglienza nuova, ammettendo anche i ‘divorziati risposati’, a certe condizioni, a partecipare in modo pieno all’Eucarestia.

Molti non comprendono e non condividono, ma su questo Pietro ha messo la sua autorità apostolica, non per ‘annullare’ il divieto dell’adulterio, ma per riammettere alla comunione eucaristica chi, dopo essersi pentito, lo desidera, senza però poter più ristabilire la comunione precedente, nel sacramento.

Questo non diminuisce la tensione alla fedeltà, ma, davanti al fallimento e al dramma della fine di un dono sponsale, la Chiesa riconosce che la nuova unione rappresenta ‘il bene possibile’ e quindi, dopo un cammino di pentimento, ammette di nuovo alla piena partecipazione all’Eucarestia.

Per comprendere tutto questo, credo che dobbiamo ascoltare la conclusione del Vangelo. Sono solo i ‘piccoli’, i deboli, che possono accogliere il Regno di Dio, perché questo regno è grazia, è dono, è misericordia.

Naturalmente, questa misericordia non ci assolve a buon mercato, al contrario, ci sollecita, ci chiede una risposta; ma nessuno è mai escluso da questa grazia, se fa tutto quanto è possibile, nelle sue condizioni, per accogliere il dono di Dio!

Invochiamo il Signore, perché possiamo accogliere questa grazia con l’abbandono e la fiducia dei piccoli!   

don Maurizio

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