Il perdono è la grazia di un amore che apre un cammino di speranza

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la V domenica di Quaresima (7/4/19): dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11), dai brani tratti dal libro del profeta Isaìa (Is 43,16-21) e dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 3,8-14).

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In questa quinta domenica del nostro cammino quaresimale, non c’è dubbio, al centro della Parola sta questo splendido Vangelo di Giovanni.

La cornice è il monte degli Ulivi e questo dà a tutto il testo un ‘sapore’ pasquale. Non solo: Gesù è «nel tempio e tutto il popolo [va] da lui». E Lui si siede e si mette a insegnare. In pochi tratti, Giovanni descrive una scena tranquilla, che contrasta fortemente con quanto accade subito dopo.

In modo quasi sfrontato, un gruppo di scribi e farisei irrompe sulla scena. «Gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero …». Ecco, questo gruppo di uomini ha trovato un ‘capro espiatorio’, una donna sorpresa in adulterio.

Sappiamo che, secondo l’antica legge, solo l’adulterio di una donna veniva gravemente ‘punito’. Dell’altro, dell’uomo, qui non vi è traccia.

E sono proprio altri uomini, maschi, che, severi, si indignano e si scatenano contro questa donna infedele. Gli dicono, questi zelanti osservanti della legge: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa».

Questi uomini sanno bene che cosa dice la Legge e la usano per mettere in difficoltà Gesù: «dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo». Il giochino è fin troppo scoperto: se Gesù dice che va uccisa, possono accusarlo davanti ai romani, se invece dice che non va uccisa, lo possono accusare di non osservare la legge di Mosè. Questa gente vuole mettere Gesù in trappola.

La loro è una domanda che svela tutta la loro ipocrisia. Della Legge, e tantomeno delle donne, a questa gente non importa nulla. Vogliono solo sbarazzarsi di Gesù. Gesù li infastidisce, li angustia, non li lascia in pace nella loro ipocrisia. Li disturba.

Ora tutta l’attenzione si sposta su Gesù. Gli occhi di tutti sono portati su di lui. Quale sarà la sua risposta? Gesù sembra con ‘le spalle al muro’!

In realtà, la ‘risposta’ di Gesù è davvero sorprendente, per quella gente e anche per noi. Gesù non risponde. Sceglie un silenzio insistito. Non fugge. Sta. Ma, tacendo, compie un gesto enigmatico: «si chinò e si mise a scrivere col dito per terra».

Gli studiosi della Bibbia, giustamente, si sono scatenati per comprendere il senso di questo gesto e, anche, per immaginare che cosa Gesù possa avere scritto.

E perché Gesù si mette a scrivere per terra?

Scrive, cioè parla con la scrittura, ma noi non sappiamo che cosa abbia scritto. Anzi, a noi è consegnato solo il silenzio di Gesù. C’è un paradosso forte in tutto questo.

E poi c’è un altro paradosso: Gesù sembra, così, prendere tempo, sembra ‘rallentare’ il tumulto degli eventi ma, nello stesso tempo, sembra acuire ancora più la tensione. È un momento altamente drammatico. Di fronte a lui, assetati di ipocrisia, c’è questo gruppo che accusa la donna ed è pronto ad accusare Gesù.

Il silenzio si prolunga. Loro insistono perché Gesù risponda.

Quanto tempo sarà durato tutto questo? La posta in gioco, in ogni caso, è molto alta.

Ad un certo punto Gesù si alza e dice una parola di straordinaria sapienza. Apparentemente, Gesù non risponde alla questione (teorica) posta da questi scribi e farisei. Ma le sue parole hanno l’intenzione evidente di coinvolgere i suoi interlocutori. Gesù chiede loro di dire la loro posizione, di decidersi e in questo modo, smaschera la loro ipocrisia.

Erano venuti lì per essere giudici e accusatori spietati di questa donna, quasi osservanti neutrali di una Legge che, in quel caso, non lasciava scampo.

Gesù li spiazza totalmente. Senza minimamente rinnegare la Legge ne svela il più profondo significato: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

Questa gente ‘usava’ la Legge per accusare gli altri, ma non si metteva davvero in gioco. Erano dei legalisti.

Gesù invece li ‘costringe’, molto liberamente, a guardare a sé.

Con la sua risposta davvero geniale, Gesù ribalta le parti della scena. Gli accusatori vengono ribaltati: sono loro a dover fare un ‘esame di coscienza’, sono costretti a ‘convertire’, loro malgrado, il proprio sguardo. La Legge, la Torah, chiedeva a ciascuno una ‘obbedienza amante’, non era un mattarello da usare contro l’altro!

A quel punto Gesù dà tempo anche a questa gente di rispondere.

Di nuovo, si china e scrive «per terra». Non ha fretta, Gesù! Non precipita nulla. È sovrano. Non ha paura. Egli è un autentico maestro e, insieme, è il Signore.

Le sue parole hanno un effetto sorprendente: «Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani».

È difficile interpretare fino in fondo questo ‘finale’. Se ne vanno tutti, a partire dai più anziani. Forse, qualcuno di questi, ha un sussulto di verità. Forse qualcuno è arrabbiato, come schiumante una rabbia silenziosa. Forse qualcuno è proprio rimasto senza parole e non sa più che dire.

Insomma, chi per un motivo, chi per un altro, tutti se ne vanno. La scena si svuota. Le accuse cadono.

A quel punto, l’evangelista tocca davvero il culmine della sua straordinaria capacità di raccontare. Scrive, come un geniale pittore: «Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo». La scena si ribalta, un’altra volta. La donna che, prima, «era là in mezzo», circondata dal dito accusatore e spietato degli altri, ora si trova sola con Gesù. Ma, a questo punto, è Gesù che sta al centro della scena e, dinanzi a lui, la donna.

Gesù, che era ancora chinato per terra, si alza. Si rivolge a questa donna, ma le sue parole sono completamente diverse da quelle dei suoi falsi accusatori. Sono parole di estremo realismo e di estrema dolcezza, le sue: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».

E la donna: «Nessuno, Signore».

È un brevissimo dialogo, tra lui e la donna, ma di straordinaria intensità. Gesù ha ‘liberato’ questa donna dalla lapidazione: questa era la condanna per le adultere!

Si rivolge a lei, che non aveva mai avuto la parola.

La chiama, non per nome, perché non la conosce. Ma le sue parole la toccano nel profondo, quasi a farle toccare con mano un atto di grazia, la libertà ricevuta in dono.

La donna, però, lo chiama: «Signore». Non è una parola casuale. È la parola con cui Gesù viene riconosciuto, nel Vangelo di Giovanni, come il Figlio di Dio, il Verbo fatto carne. È una confessione di fede, questa.

Gesù riprende e rilancia: «Neanch’io ti condanno».

Era già evidente. Eppure queste parole di Gesù non sono una ovvietà. Gesù sottolinea che la sua è una parola di perdono. Non solo non è una parola che condanna, ma è una parola che perdona, che fa grazia, proprio come la parola del ‘Signore’. Solo Dio può perdonare.

Questo perdono è un atto di grazia. Per questa donna e per tutti noi.

È un atto di grazia, come quello descritto dal profeta Isaia, nella prima lettura. È l’atto di grazia di un Dio che aveva aperto al suo popolo «una strada nel mare» e che, nel contempo, aveva travolto «esercito ed eroi», gli egiziani, che volevano sterminare il suo popolo.

È l’atto di grazia del Signore, che avrebbe fatto cose ancora più grandi, aprendo «anche nel deserto una strada» e facendo scorrere «fiumi nella steppa». Cose talmente grandi da essere ancora più grandi di quelle fatte nel passato: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».

Così fa Gesù, il Signore, con questa donna.

Le dice: “non pensare più alle cose passate se non perché sono state perdonate. A partire da questa grazia, ora comincia un cammino nuovo: «va’ e d’ora in poi non peccare più»”.

Gesù apre a questa donna un tempo nuovo, una speranza di vita, grazie al perdono. Le chiede di vivere in modo nuovo, perché ha ricevuto la grazia di un amore che non condanna, ma dà vita e apre un cammino di speranza.

Ecco, a ciascuno di noi questa Parola chiede di metterci al posto della donna, più che dei fustigatori degli altrui costumi.

Se ci mettiamo al posto della donna perdonata, ciascuno di noi a suo modo, allora sperimentiamo la grazia della ‘sublimità’ della conoscenza e dell’incontro con il Signore Gesù!

don Maurizio

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