Impariamo a pregare per chi ci ha fatto del male.

Noi, in occidente, viviamo oggi in un’epoca di grande ‘tolleranza’. Talvolta siamo tolleranti perfino all’eccesso, con il rischio di diventare indifferenti, specialmente con le persone che conosciamo meno o poco. Eppure, anche in questo nostro tempo, tutti noi siamo molto abili a vedere i difetti altrui. Anzi, molto spesso, siamo ‘bravissimi’ a scoprire quello che non va nella vita degli altri, ma siamo quasi ciechi nei confronti di noi stessi. Vediamo bene la pagliuzza nell’occhio dell’altro, ma non ci accorgiamo della trave che è nel nostro, come ci ha detto Gesù stesso.

Il Vangelo di oggi è una parola molto forte e riguarda un certo aspetto, molto particolare, della nostra relazione con gli altri: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te». Quante volte ci succede di sentire e di credere che qualcuno ci ha fatto del male, cioè ha commesso «una colpa» contro di noi!

Ci sembra di aver subito un torto, un’ingiustizia. È una situazione molto frequente.

Che cosa fare in questi casi? Come comportarci?

La seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, dice che la carità non fa alcun male al prossimo: «pienezza della Legge infatti è la carità».

Lo sappiamo benissimo, ma quante volte ci capita di fare o di ricevere un male, in famiglia, nella comunità, in un gruppo al quale apparteniamo!

Anzitutto, dunque, quante volte ci accorgiamo di essere noi a fare male agli altri! In questi casi, non è difficile sapere che cosa dobbiamo fare: dovremmo chiedere scusa, perdono. Anzi, dovremmo semplicemente dire: ho sbagliato, ho fatto del male contro di te, aspettando il perdono dell’altro con pazienza, gioendo se arriva, e soffrendo se non arriva, ma senza mai pretenderlo.

Il Vangelo di questa domenica riguarda però la situazione in cui sia (stato) l’altro a compiere qualcosa di male ‘contro’ di noi.

Che cosa fare in questi casi? Come comportarci?

Questa domanda era molto viva anche nella prima Chiesa, nella comunità, dove è nato il Vangelo di Matteo.

È in questa circostanza che i primi cristiani si sono ricordati di una parola molto speciale di Gesù.

Che cosa facciamo noi quando abbiamo subito un torto e quando ci sembra di averlo subito?

La prima reazione è un moto di sdegno, di rabbia. Facilmente protestiamo, anzitutto, e lo facciamo da soli, con noi stessi.

A volte succede che, quanto più è grande il torto che ci sembra di avere subito, tanto più aumenta il risentimento. Questo non scompare con il passare del tempo. Anzi, a volte, si indurisce, diventa sordo, profondo, difficile da sradicare.

Con la persona da cui abbiamo ricevuto quel male, diventa sempre più difficile parlare. Arriviamo a non salutarla più o a scambiare solo il minimo necessario di parole, se non possiamo proprio farne a meno. Se possiamo, evitiamo di incontrarla, ‘giriamo alla larga’. Ci infastidisce il solo vederla. Non la sopportiamo più.

Può succedere in famiglia o nella comunità cristiana.

A volte succede che, dopo aver taciuto, magari anche per molto tempo, all’improvviso capiti l’occasione di arrabbiarci contro l’altra persona e allora, con grande violenza, magari anche solo verbale, le scarichiamo addosso tutta la nostra rabbia e finiamo per dirle anche cose che non vorremmo o che non pensiamo davvero.

Dopo, passata la sfuriata, ci accorgiamo di aver esagerato, ma sentiamo anche la soddisfazione di avergliela fatta pagare.

È la gioia ‘amarissima’ della vendetta.

A volte, poi, non ci limitiamo alle parole. Conosco persone che hanno lasciato passare degli anni per ‘vendicarsi’ contro chi ha fatto loro del male.

Che cosa ci dice il Vangelo? Che cosa ci dice la Parola di Dio?

Già il profeta Ezechiele, parlando di sé – e così parlando anche a tutti noi – diceva che il Signore gli aveva chiesto di essere come una «sentinella», per il suo popolo, per i suoi fratelli.

Concretamente, questo significava: quando vedi un ‘malvagio’, uno che fa il male, non rimanere indifferente. Avvertilo! Digli: «Malvagio, tu morirai».

Dice il Signore: se tu non gli dirai nulla, lui «morirà per la sua iniquità», perché chi fa il male agli altri, fa il male anzitutto a se stesso. La sua vita diventa cattiva, irrespirabile, invivibile, insopportabile anche per lui.

Ma se tu non gli dirai nulla «della sua morte io domanderò conto a te».

Se invece tu sarai con lui franco e onesto, anche a costo di non essere capito o di essere frainteso, anche se lui non si convertirà «dalla sua condotta» malvagia «tu ti sarai salvato». Lui morirà per la sua iniquità’, tu invece «sarai salvato».

Quello che però è più difficile è: come dire bene all’altro il male che egli ha compiuto? Questa è la domanda del Vangelo di oggi.

La risposta è molto articolata.

Il Vangelo, in questo piccolo brano, prevede cinque tappe, o meglio, tre tappe e due conclusioni. Tutte sono importanti, ma in particolare la prima e l’ultima sono assolutamente indispensabili.

La prima tappa è (sempre nel caso in cui il fratello, il cristiano, l’amico, il familiare, commette «una colpa contro di te»): «va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Prendi tu l’iniziativa. Non aspettare che sia lui a chiederti scusa o a riconoscere il male che ha compiuto.

Te ne accorgi tu? Allora parti tu. Va’ tu da lui, per primo.

Soprattutto, va’ da lui.

Non andare da altri a parlare male di lui e non lamentarti: questa è una tentazione molto forte. Spesso abbiamo paura di affrontare l’altro, magari se pensiamo che non ci capirebbe, che ci contro-accuserebbe … e allora partirebbe una guerra ancora peggiore.

Gesù dice: «ammoniscilo fra te e lui solo». Faccia a faccia, parla con lui, direttamente. Non umiliarlo davanti ad altri. Cerca il dialogo con lui.

Non accusarlo. Parlagli, in modo che l’altro comprenda che lui ti sta a cuore.

Più che le ferite che lui ti ha fatto, a te interessa che lui comprenda di aver fatto del male.

«Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello».

Se ti ascolterà, sarà come se tu avessi ritrovato un fratello. E sarà una grande gioia, per te e per lui.

Il secondo passo è questo: «se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone». Non mollare, non lasciar perdere se non ti ascolta. Appena ne hai l’occasione, parlagli alla presenza di qualcun altro, che possa essere testimone tra te e lui. Cerca uno o due mediatori. Cerca qualcuno che possa aiutarti a dialogare e che lo aiuti a comprendere la sua colpa.

Il terzo passo è: se ancora l’altro non ti ascolta, dì davanti a tutta la comunità il male che ti ha fatto. Forse gli altri potranno aiutarti a capire meglio, forse potranno aiutare l’altro a comprendere il male che ha fatto lui.

Il quarto passo, una prima conclusione: se ancora l’altro non ti ascolta, «sia per te come il pagano e il pubblicano». Se l’altro si chiude nel male che ha fatto, tu lascialo perdere. Non cercare più nessun rapporto, tu, con lui. Lascia che sia per te un estraneo.

La quinta tappa, quella che non può mai mancare: affida l’altro a Dio, soprattutto nella preghiera comune nella Chiesa.

Impara, dunque, a pregare per l’altro che ti ha fatto del male.

Il Signore che, nella preghiera è in mezzo a noi, ti donerà qualunque cosa tu gli domandi.

Questo sia dunque il nostro ultimo atto di «amore vicendevole», come dice Paolo: la preghiera, gli uni per gli altri!

don Maurizio

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