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Incarnarsi nella storia, per aprirla al cielo.

All’inizio degli Atti degli Apostoli, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, Luca racconta che per quaranta giorni, «dopo la sua passione»,Gesù è apparso ai discepoli, mostrandosi «a essi vivo … con molte prove».

In questo tempo parlò ancora ai suoi «delle cose riguardanti il regno di Dio». I discepoli, infatti, dopo tanto tempo, non avevano ancora capito (quasi) nulla di Lui.

Sentono parlare di ‘regno’ e quindi gli domandano ancora, dopo la passione: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Attendono, imminente, per Israele un regno politico, l’indipendenza dai mal sopportati romani …

Questo accenno forte all’«incredulità» e alla «durezza del cuore» dei discepoli, appare anche nel Vangelo di Marco, subito prima le parole che abbiamo ascoltato poco fa nel Vangelo.

Non credono, i discepoli. Fanno fatica a credere.

È questa la questione fondamentale, per il discepolo, anche per noi oggi: fidarsi davvero di Gesù. Lui non è uno tra i tanti. Lui ci chiede di diventare ‘il’ maestro e ‘il’ Signore della nostra vita. Lui, che è morto per amore nostro! Lui che è risorto perché noi avessimo la (sua) vita e l’avessimo in abbondanza. E l’abbondanza e l’eccesso di amore.

Questa è la grazia!

Dopo quaranta giorni, racconta (solo) Luca, negli Atti, Gesù, «fu elevato in cielo», davanti ai loro occhi mentre una «nube» lo sottraeva alla loro vista.

La nube era uno dei segni caratteristici, per il popolo di Israele, della manifestazione del Signore. Ricordate il Tabor? Ma possiamo ricordare anche la affascinante e terrificante nube del Sinai.

La nube racconta l’impossibilità di vedere Dio. Nella nube noi non vediamo più. Vediamo di non vedere. Nessuno mai ha visto Dio, dice la Scrittura.

Piuttosto, Dio si fa ascoltare.

Nella nube, infatti, e dalla nube egli parla. Dio è voce, è Parola. È una Parola che chiama e ci chiama a rispondergli! Non è qualcosa che possiamo vedere e possedere con gli occhi. È appello che sollecita la nostra risposta di libertà.

Eppure, in Gesù, noi abbiamo visto Dio.

Paolo, scrivendo agli Efesini, dice che colui che «ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose». È «lo stesso» di «colui che discese».

Dio, in Gesù, si è fatto carne, si è reso visibile, ha camminato nelle nostre strade. In Lui noi abbiamo ‘visto’ Dio.

Attenzione però, non si tratta di ‘vedere’ semplicemente il volto. Nessuno di noi ha ‘visto’ Gesù. Non ne abbiamo fotografie. Chissà la Sindone, ma anche quella è un ‘volto’ che sfugge.

L’essenziale non è vedere il volto, anche se sarebbe bellissimo poterlo vedere. Un giorno, senza dubbio, lo potremo … L’essenziale è vedere la sua storia, ascoltare la sua voce, la sua Parola, accogliere il suo ‘volto’ di crocefisso risorto.

Nella Pasqua di Gesù, noi, possiamo davvero dire di ‘vedere’ Dio, perché lì, nella Pasqua, Dio si è rivelato nell’abbandono del Figlio nelle sue e nelle nostre mani.

È per amore, per grazia, che Dio entra nella storia umana per redimerla dalla morsa del male.

Ma questa ‘salvezza’ non avviene in modo magico o automatico. È un dono che è affidato alla nostra libertà, alla nostra risposta, alle nostre mani.

Ci sono tre cose che, nella Parola di Dio di questa solennità dell’Ascensione, mi colpiscono particolarmente.

La prima è l’attesa dello Spirito.

Ne parla chiaramente la prima lettura degli Atti. Gesù chiede ai suoi «di non allontanarsi da Gerusalemme», la città santa, cuore e tempio del giudaismo. In questo tempio entra Gesù, nuovo tempio, come racconta in modo affascinante il Vangelo di Luca.

Gesù chiede ai suoi «di attendere l’adempimento della promessa del Padre», la promessa che Lui stesso aveva rivelato loro: «tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Sarete, dunque, immersi nel dono dello Spirito.

Gesù chiede ai suoi, prima di muoversi, di partire, di andare, chiede di attendere, non per prepararsi, da sé, con le proprie forze; chiede loro di attendere il dono di Dio, il suo Spirito.

È l’attesa della Pentecoste che noi, liturgicamente, ricorderemo la prossima domenica. «Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi».

Ecco che cosa dona lo Spirito: anzitutto la forza, il vigore. È l’alito, il soffio di Dio che ci dà vita ed energia per il cammino: «e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».

Ci commuovono queste parole di Luca, lui che era compagno di Paolo, nella infaticabile opera della testimonianza del Vangelo ai pagani.

Questa è la seconda cosa che mi colpisce: grazie al dono dello Spirito, Gesù manda i suoi. Lo sottolinea, con forza, anche il Vangelo di Marco, che pure ha conosciuto molto bene Paolo e ha collaborato con lui, oltre che con Pietro: «andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura».

A degli uomini timorosi, paurosi, increduli, duri di cuore, confusi, disorientati, dispersi … a questi uomini, gli Undici, Gesù affida il suo Vangelo. È incredibile!

Questo diventa motivo di conforto e di speranza anche per tutti noi! Ce l’hanno fatta loro, perché non possiamo farcela anche noi?

Con tutte le fatiche … le difficoltà, persino i tradimenti, le infedeltà, alla Chiesa di oggi, è affidato di ‘andare’, per donare non se stessa, la propria bravura o competenza. La forza della Chiesa anche oggi, la sua ‘necessità’ è l’annuncio del Vangelo di Gesù.

Gesù stesso chiede ai suoi di ‘battezzarsi’, per essere salvati. E li assicura. Promette loro che le loro opere saranno accompagnate da «segni».

La fede non è pura interiorità, che rimane nascosta nell’intimo, nel profondo. Al contrario, la fede è pratica di vita.

La fede si incarna nei segni che la accompagnano: liberazione dal male che ci opprime, perché la fede è libertà ricevuta («scacceranno i demoni»).

La fede è «lingue nuove»: oltre Babele, la fede è universale, pur diffusa nella pluralità delle culture, perché è annuncio della Parola che salva.

La fede è capacità di affrontare ogni pericolo, superare ogni minaccia – i serpenti, i veleni – perché è la forza di Dio.

La fede è cura e sollecitudine per i malati, cioè per tutti i sofferenti, per chi è in difficoltà, nel bisogno, per chi è povero, debole, emarginato, escluso.

La fede è forza di comunione nella comunità: «Un solo Dio e Padre di tutti …  e è presente in tutti». Ci unisce «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo», come dice Paolo agli Efesini.

Infine, la terza cosa, ritornando al racconto degli Atti: ai discepoli che stanno fissando il cielo mentre egli se ne andava, quasi a volerlo trattenere, per la paura di perderlo e di rimanere soli, a questi Undici, appaiono «due uomini in bianche vesti», proprio come davanti al sepolcro vuoto.

E questi due scuotono gli Undici, li stimolano a non rimanere lì «a guardare il cielo».

È la perenne tentazione del cristiano. Fermarsi a guardare il cielo.

Allontanarsi dalle ‘cose della terra’, magari fino a disprezzarle, perché sono passeggere, sfuggevoli, transitorie, non definitive.

Questi due angeli spingono i discepoli, la Chiesa, noi, a tornare sulla terra, ad avere gli occhi puntati sul mondo, a camminare ben piantati nel mondo, ma senza perdere l’attesa del ritorno di Gesù.

Lui invita a un’attesa attiva, non alla fuga dal mondo.

Li invita ad incarnarsi nella storia, per aprirla al cielo che, con Gesù, è sceso sulla terra, perché la terra tornasse a respirare di cielo.

don Maurizio

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