La carità è una grazia che non è frutto delle nostre iniziative.

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la IV domenica del tempo ordinario (3/2/19): dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30), dai brani tratti dal libro del profeta Geremìa (Ger 1,4-5.17-19) e dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,31 – 13,13).

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Avete sicuramente notato che il Vangelo di questa quarta domenica del tempo ordinario è la diretta continuazione del racconto del Vangelo della scorsa domenica. Anzi, l’ultimo versetto della scorsa domenica è il primo del Vangelo di oggi: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

La Parola della Scrittura trova compimento nella storia di Gesù: è l’anno di grazia del Signore, è il tempo della grazia, per i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi, per tutti gli uomini che attendono la liberazione, la grazia, la luce, la libertà.

Gesù pronuncia queste parole nella sinagoga del suo paese, Nazareth, un minuscolo villaggio della Galilea.

È a partire da lì, da quel luogo oscuro e sconosciuto, che si diffonderà la grazia di Dio, che è per tutta l’umanità un dono immenso!

Il racconto del Vangelo di oggi ci dice come hanno risposto gli abitanti del villaggio di Gesù.

È una risposta ‘drammatica’, che si sviluppa e si evolve nel tempo. In poche righe, l’evangelista Luca sembra raccontare tutta la storia degli anni della vita pubblica di Gesù, annunciando anche l’esito ‘tragico’ della sua vicenda e, insieme, il modo in cui, attraverso la storia del rifiuto, Dio cammina ancora in mezzo a noi, con la sua grazia e la sua luce!

La risposta che danno a Gesù gli abitanti di Nazareth non è diversa da quella che, in tempi passati, era stata data alla parola dei profeti, in particolare Geremia. L’abbiamo ascoltato nella prima lettura.

È il racconto della chiamata, l’appello, la ‘vocazione’ di Dio e della risposta del profeta, sostenuta dalla forza di Dio, dalla promessa della sua alleanza: «ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

Il profeta troverà opposizione, resistenza, ostilità, rifiuto, persino persecuzione.

Ma il Signore gli dice: «non spaventarti di fronte a loro»! E cioè “abbi fiducia, perché se tu non ti fiderai di me, io ti abbandonerò”: «sarò io a farti paura davanti a loro».

Per il profeta è decisivo mantenere questa relazione di fiducia, di abbandono, di alleanza con colui che l’ha chiamato. Con questa forza, che è la forza dell’Altro, che è fedele, può andare ovunque, può dire qualunque cosa, può sopportare qualsiasi rifiuto e opposizione.

In fondo la vicenda di Geremia è una luce per comprendere anche la storia, unica e singolarissima, di Gesù.

Il Vangelo di oggi racconta come, in un primo momento, la risposta degli abitanti di Nazareth, sia bella e buona: «tutti gli davano testimonianza».

Lo conoscevano bene Gesù, o almeno credevano di conoscerlo bene, e forse erano perfino compiaciuti che uno di loro fosse diventato tanto celebre in tutta la Galilea. In Gesù si sentivano loro stessi onorati e potevano ‘dire la loro’, per confermare la fama di quest’uomo.

Ma questa reazione positiva immediata, poco a poco, lentamente, si trasforma, fino a cambiare radicalmente e a trasformarsi nel suo opposto.

Questa, certo, è una cosa brutta, ma non è così rara nei rapporti degli uomini tra di loro. Quante volte un’amicizia, lentamente, si trasforma nel suo contrario. Quante volte una relazione ricca di promesse di bene come quella di due sposi si trasforma, nel tempo, e diventa luogo di incomprensione, di inganno, di ostilità.

Niente è assicurato, nella vita. Le nostre relazioni sono esposte ai cambiamenti della storia. A volte basta un evento, un fatto che capita, o una parola, per mettere a rischio il bene che due persone si vogliono. Succede tra amici, nella vita di coppia, sul lavoro, nelle nostre comunità.

A volte queste situazioni difficili riusciamo a superarle, altre volte no e diventano fonte di grande dolore e sofferenza, tanto più forte era la relazione che si viene a spezzare!

Qui sarebbe bello soffermarsi sulle stupende parole della seconda lettura che è ‘l’inno alla carità’ scritto da san Paolo.

La carità è un carisma, dice l’apostolo, cioè è un dono che riceviamo, è una grazia che non è frutto delle nostre iniziative. Tutti noi, prima di amare, siamo stati amati. E tutti sappiamo quanto è difficile, per un bambino che ha ricevuto poco amore, a sua volta ‘amare’ nella vita!

Alla radice, però, questo amore è di Dio. È grazia sua. È una grazia che passa attraverso tutte le belle relazioni, anzitutto quelle tra genitori e figli – ma questo non avviene sempre! –, ma è una grazia di cui Dio è la fonte meravigliosa, purissima, trasparente e sempre fresca!

Questa grazia, che è la carità, diventa il principio di ogni virtù: la pazienza, la benevolenza, la gioia della verità. Ed è una grazia che supera di slancio le tentazioni, anche le peggiori: l’invidia, il narcisismo autocelebrativo, il gonfiarsi di chi non vede che se stesso, la mancanza di rispetto gli uni gli altri, la ricerca ottusa del proprio esclusivo interesse, l’ira, il risentimento che cova nell’animo e arriva a godere del male e dell’ingiustizia che qualcun altro patisce.

Ma non è sempre così!

Ritornando al nostro bellissimo Vangelo, si dice che gli abitanti di Nazareth «erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Gesù aveva parole di grazia. Gesù è la grazia stessa di Dio che si è fatto carne. E questa gente rimane meravigliata, stupita.

Ma piano piano il fascino iniziale si trasforma. Si parlano tra loro e, così, cominciano a chiedersi: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».

Vedete, queste parole dicono bene il passaggio da una meraviglia buona ad una meraviglia ‘strana’, che comincia a mettere dei dubbi, comincia a ‘sospettare’, a pensare male. Quasi come se questa gente dicesse: “ma questo qui, chi crede di essere?”. “Non ha niente di diverso da noi!”. Oppure, come appare dalla risposta di Gesù, questa gente comincia a dire: “e perché non fa tra noi gli stessi miracoli che ha fatto altrove?”.

È la richiesta, anzi la pretesa di chi può vantare un privilegio, dei diritti. È la pretesa di strumentalizzare Gesù a se stessi, ai propri vantaggi, alle proprie attese: «quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!».

Così la meraviglia si trasforma nella pretesa di ‘usare’ Gesù. Non è più accoglienza della sua Parola di grazia. È dominio su di Lui, violenza sulla grazia.

Gesù risponde ricollegandosi a due episodi della vicenda di Elia, il grande profeta. La vedova e il lebbroso erano stranieri. Proprio loro beneficiarono dei prodigi di Dio, mediante il profeta.

Gli abitanti di Nazareth non possono sopportare queste parole: «si riempirono di sdegno». Si sentono offesi da Gesù, non possono accettare di non essere i primi, i privilegiati, se non gli unici!

Lo sdegno passa poi ai fatti: lo cacciano fuori dalla città. Addirittura lo portano«fin sul ciglio del monte … per gettarlo giù».

Come è facile cadere nella trappola dell’ira, dello sdegno, della violenza. Così accadrà proprio nella storia di Gesù: sarà ucciso!

«Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non si spaventa. Dio è con Lui. Il Padre non lo abbandona. Lui stesso è Dio fatto carne.

E cammina in mezzo a noi.

Cammina deciso, diretto, verso la croce, la risurrezione.

È la Pasqua, un dono di grazia perché anche noi camminiamo nell’amore!

don Maurizio

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