… l’inizio dei segni.

In quest’anno liturgico, eccetto i tempi di Quaresima e di Pasqua, noi leggeremo per intero il Vangelo di Luca. Però oggi il Vangelo proclamato è preso dal Vangelo di Giovanni.

«Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù».

Sappiamo bene che l’evangelista Giovanni non parla mai di ‘miracoli’, ma sempre di ‘segni’. Quelli che noi chiamiamo ‘miracoli’, nella ingenua – o a volte presuntuosa – ‘pretesa’ che essi possano ‘dimostrare’ la divinità di Gesù e ‘convincere’ alla fede chi credente non è, ecco, questi ‘miracoli’ Giovanni li chiama ‘segni’.

Il segno, nello stesso tempo, rivela e nasconde e, per essere riconosciuto, deve essere creduto. Senza la fede, lo scettico nel segno non vede nulla. Si ferma alla ‘cosa’ e alle sue spiegazioni ‘scientifiche’.

La questione di fondo è di ‘riconoscere’ che c’è un altro modo di guardare al mondo e alle cose che non si ferma alla – giusta e sempre importante – spiegazione scientifica. L’acqua, per esempio, non è solo un composto di ossigeno e di idrogeno. L’acqua è quello che san Francesco chiama ‘sora acqua’ e che, con parole poetiche e religiose, canta dicendo che ‘è molto utile et umile et preziosa et casta’.

Ecco, la fede è la decisione libera con la quale davanti alle ‘cose’ ci mettiamo guardandole come dei ‘segni’, che ci rimandano, nella loro concretezza, a qualcosa d’altro che non si vede, perché è ‘invisibile agli occhi’.

Che cosa è questo ’altro’ che appare nel ‘segno’ di Cana di Galilea?

Giovanni dice che in questo, che «fu l’inizio dei segni», Gesù «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui».

Ecco, vedete, questa formula molto bella dice che quel che accadde a Cana, l’acqua trasformata in vino, fu un ‘segno’ nel quale Gesù manifestò la sua gloria, manifestò chi era, la sua identità, la sua bellezza divina, la sua presenza d’amore e di grazia per l’umanità.

Questa ‘manifestazione’ troverà il suo culmine nell’‘ora’ di Gesù, che nel Vangelo di Giovanni, è il ‘segno’ per eccellenza della sua gloria: è la croce di Gesù! Lì si manifesta chi è Gesù, chi è il Dio di Gesù, chi è il Dio che è Gesù!

E, quell’‘ora’, nel Vangelo di Giovanni, ha inizio con la bellissima scena della lavanda dei piedi: lì, Gesù, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine».

Anche qui, a Cana, la rivelazione di Gesù, «l’inizio dei segni» comincia con un atto d’amore fatto nel contesto di un banchetto.

Stavolta è un banchetto nuziale, quasi a suggerirci che questo ‘amarci fino alla fine’ di Gesù è un amore sponsale, una dedizione totale che, appunto, giungerà fino a dare la vita per noi, per amore.

Questo ‘segno’ non ci costringe a credere.

È, piuttosto, un appello, che ci fa pensare, che ci interroga, ci chiede di scavare, di andare sotto la superficie, per ‘scoprire’ ciò che essa nasconde, e riconoscere ‘chi’, in quel segno, si rivela.

È questo, la fede: la scoperta grata che in quel ‘fatto’, a Cana, si nasconde un segno e che quel ‘segno’ ci parla e ci rivela la tenerezza sponsale, l’amore gratuito che il Signore Gesù ci ha donato e rivelato!

Per questo, nella tradizione liturgica della Chiesa, Epifania, Battesimo e Cana di Galilea sono tre episodi strettamente uniti: perché essi rivelano, ciascuno a suo modo, la ‘gloria’ di Gesù; sono la sua ‘manifestazione’, perché noi crediamo in Lui e diventiamo suoi discepoli.

Oggi, poi, in questa domenica 20 gennaio, stiamo celebrando anche la preghiera per l’unità dei cristiani.

Contro la tentazione a dividerci, a frammentarci, a sottolineare quello che non va, l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, dice ai cristiani di Corinto che «vi sono diversi carismi», e, dunque, diversi doni nella Chiesa, «ma uno solo è lo Spirito».

Paolo dice che «vi sono diversi ministeri, diversi servizi, ruoli e competenze, «ma uno solo è il Signore»; e, dunque, la ragione della nostra collaborazione è il Signore e non semplicemente la bravura o la capacità di leadership di questo o di quello o la disponibilità di questo o di quello.

Paolo dice infine che «vi sono diverse attività», diverse iniziative, diversi modi e stili per fare, «ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti».

Nelle nostre opere, in ciò che facciamo, se operiamo con spirito di fede, allora lasciamo che sia Dio a operare. Questo allora sarebbe un vero ‘miracolo’, un vero prodigio, un vero ‘segno’: nella nostra Chiesa, nelle nostre comunità, nelle nostre chiese noi lasceremmo trasparire la gloria di un Dio che ama e ci ha amato «sino alla fine».

Ma soffermiamoci per un momento sul ‘segno’ bellissimo che Gesù compie a Cana di Galilea. È una festa di nozze, è un momento di festa, di gioia. Quella gioia che ha cantato anche il profeta Isaia nella prima lettura, quando dice che «gioisce lo sposo per la sposa».

Il matrimonio è sempre un momento di festa, di bellezza … ed è un peccato che, oggi, anche tra i cristiani, qualcuno addirittura non si sposi più. Semplicemente convive e magari per sempre, rinunciando a celebrare, insieme con gli altri, la gioia e la festa dell’amore sponsale. Il matrimonio – tanto più quando è un sacramento – è un momento intenso di gioia per gli sposi e per tutti coloro che vogliono loro bene, gli ‘invitati’.

Ecco, così fu anche a Cana, un paesino vicino a Nazareth. Anche Gesù è tra gli invitati e, insieme a Lui, c’era anche «la madre».

È interessante che l’evangelista Giovanni non chiami mai la madre di Gesù per nome. In questo brano, poi, come più avanti sotto la croce, oltre che con il nome di ‘madre’, da parte dell’evangelista, Gesù chiama sua madre ‘donna’.

Qui c’è qualcosa di molto profondo. Maria è donna e madre. In lei c’è la nuova Eva, che in ebraico significa proprio ‘madre’. La donna è madre e portatrice di fecondità, di futuro e di speranza, per tutta l’umanità … Certo, non mai da sola, ma nella comunione dell’amore sponsale.

A un certo punto, nota Giovanni, viene «a mancare il vino». Le feste di nozze in Israele duravano molti giorni e dunque poteva capitare che si esaurissero le scorte preparate.

Con occhio sollecito e materno, è proprio «la madre di Gesù» che si accorge di quel che manca.

Notate: immediatamente, la madre si rivolge al figlio, (quasi) suggerendogli, ma senza nulla imporgli, di rimediare lui, perché la festa potesse continuare.

La risposta di Gesù, che appunto chiama ‘donna’ sua madre, non dice altro se non la totale e assoluta obbedienza di Gesù al Padre: «non è ancora giunta la mia ora», l’ora della sua piena manifestazione d’amore per tutta l’umanità.

Eppure, la madre insiste, con garbo dolcissimo, e si rivolge ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Sono parole bellissime, che dicono la fiducia totale e assoluta di Maria per quel suo figlio, e, insieme, dicono la sua ‘intercessione’ a favore di quegli sposi.

Gesù si lascia ‘convincere’ dalla madre. Centinaia e centinaia di litri d’acqua vengono versati nelle grosse anfore che, sotto gli occhi stupiti dei servitori, diventano altrettanti litri di vino eccellente, il miglior vino.

È colui che dirige il banchetto che, senza nulla sapere di quel che era accaduto, tesse l’elogio di quel ‘vino’.

È il vino nuovo della nuova alleanza. È quel vino che Gesù trasformerà, nella sua ora, nel segno del suo sangue, dato per noi, la nostra vita, dato per amore …!

Il sangue di Gesù, la vita donata di Gesù, è il vino buono con il quale Dio trasforma la nostra gioia – le nostre piccole gioie umane – in gioia definitiva, una gioia che non avrà fine!

don Maurizio

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