Risolleviamoci e alziamo il capo con forza e speranza.

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per prima domenica di Avvento (2/12/18): dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36), dai brani tratti dal libro del profeta Geremìa (Ger 33,14-16) e dalla prima lettera di s. Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 3,12-4,2).

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Oggi cominciamo il nostro cammino di Avvento, nell’attesa dell’avvento del Signore Gesù.

Di quale ‘avvento’ si tratta? Di quello del suo Natale, quando il Verbo ha posto la sua tenda tra noi, del suo ‘avvento’ – il suo ritorno – alla fine dei tempi oppure del suo ‘avvento’ quotidiano con le mille forme quotidiane di presenza nella storia dell’umanità di oggi?

Evidentemente, è impossibile separare queste tre forme di ‘avvento’ del Signore e perciò questo tempo liturgico, l’Avvento, è un tempo carico di memoria, di attesa fiduciosa e sperante, e di vigilanza.

È un tempo di memoria, perché in questo tempo liturgico noi ricordiamo la nascita di quel piccolo bambino, a Betlemme, così simile a tutti i bambini del mondo, bello, fragile, un ‘fagottino di tenerezza’, come ogni neonato che viene alla luce in questo nostro mondo.

L’Avvento è, proprio per questo, anche un tempo carico di speranza e di fiducia, nell’attesa del ritorno di Gesù, quando accadrà la fine del tempo, quando la nostra storia finirà e il mondo si ‘scioglierà’ come dissolto dal calore di un immenso fuoco.

Questa ‘tensione’ fra la memoria e l’attesa si intreccia con il nostro presente, con i giorni del quotidiano, dove la Parola di Dio ci stimola ad aprire bene gli occhi, per non perdere i segni di Gesù, che è, che è venuto e che ritornerà.

La prima lettura, dal profeta Geremia, è l’annuncio di quei «giorni», che verranno – nella prospettiva del profeta, prima di Gesù – «giorni nei quali – dice il Signore! – io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda».

Il profeta aggiunge parole molto belle:v«in quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto». Sta per nascere qualcosa che assomiglia ad un germoglio, un fiore che sboccia o un bimbo che annuncia qualcosa di inaudito, mai visto prima.

Questo «germoglio» di uomo «eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra». Questo bimbo porterà nuovi rapporti tra gli uomini, rapporti di solidarietà, di pace, appunto di giustizia.

Il profeta annuncia giorni di tranquillità per Israele, sempre sconvolto da minacce, da guerre, da difficoltà problemi di ogni genere: «Gerusalemme vivrà tranquilla», perché sarà abitata, finalmente, dalla giustizia di Dio!

Ecco, qui ascoltiamo le parole che annunciano la nascita di Gesù, questo germoglio di speranza, di pace, di giustizia.

Pensiamo che cos’è un germoglio …: è insieme un’esplosione di vita, l’inizio di qualcosa che non c’era ed è radicalmente nuovo e però, nello stesso tempo, è fragile, è piccolo, è esposto a tutte le resistenze, le minacce, la morte.

Questo è Gesù, quando è venuto tra noi, oramai più di duemila anni fa.

C’è però nelle parole del profeta ancora una bellissima espressione che non possiamo perdere: nei «giorni» di questo «germoglio», questo ‘infante’, questo piccolo bambino, Dio realizza «le promesse di bene» che aveva fatto al suo popolo. Gesù è il compimento delle «promesse di bene» che il Signore aveva fatto con Israele: in Lui si realizza la nuova alleanza, il patto di amicizia tra Dio e questo piccolo popolo.

Ma questo porta a compimento tutte le promesse di bene che Dio ha seminato nella storia dell’umanità intera. Questo ‘germoglio’ infatti «eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra».

Quante promesse di bene ci sono nella storia dell’umanità! Quante cose buone, quante ‘persone belle’, quanti segni di speranza, quanti doni …!

Eppure è così facile non vedere nulla di tutto questo, lasciandoci travolgere dal pessimismo, dal disfattismo, dalla sfiducia.

Chi cade in questa trappola, poi, ne diventa complice.

Quelli che dicono che va tutto male, facilmente diventano non solo incapaci di vedere il bene, ma anche scettici oppure si accodano al male che, ai loro occhi, dilaga e così le cose vanno sempre peggio.

Se Gesù è venuto a compiere le promesse di bene della storia, questo ci chiede di avere occhi e intelligenza per riconoscere questi segni di speranza.

All’origine della nostra vita c’è questa ‘promessa’ di bene, c’è un bene che ci è stato donato e ci chiede di essere accolto con fiducia.

Pensate: all’origine della vita di un figlio, non c’è l’abbraccio ospitale di chi lo ha messo al mondo? A noi tutti è chiesto di non tradire la promessa di bene di questa prima accoglienza!

La pagina del Vangelo di questa prima domenica di Avvento ci parla soprattutto del ‘ritorno’ di Gesù.

È Gesù stesso che, verso la parte finale della sua vita, ci ha pressantemente parlato del tempo della fine …

Gesù ci chiede, con queste parole, non di lasciarci prendere dalla paura e dall’angoscia. No! Questi sono i sentimenti di coloro che non credono alla sua Parola, alla sua Grazia. I segni «nel sole, nella luna e nelle stelle», i segni di un mondo che si spegne non sono affatto il ‘centro’ della fine.

«Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria». Ecco, questo è il succo della storia, quando essa giungerà al suo compimento finale: il ritorno del Signore Gesù, con tutta la potenza della sua grazia, con tutto lo splendore della sua bellezza, con tutto il ‘peso’ del suo Amore per noi.

Gesù ci dice con chiarezza: «quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

Ecco, questo ci porta il Signore: la definitiva liberazione dall’angoscia e dalla paura, dalle minacce, dal male che ancora ci affligge in questo tempo.

Dunque, Gesù ci aiuta ad alzare il capo, a guardare con fiducia al suo ritorno, perché sarà il tempo in cui noi, insieme con Lui, gusteremo il compimento, la pienezza definitiva, di tutto ciò che egli ci ha portato nella sua prima venuta.

Ma perché questo accada occorre vigilare sul nostro presente. «Vegliate in ogni momento pregando». Questa è la prima caratteristica della vigilanza.

Chi è ‘vigile’, chi è sveglio nella fede, chi vuole avere occhi capaci di distinguere le promesse di bene, la grazia del Signore nella storia, deve anzitutto pregare.

Nella preghiera noi restiamo vigili, ci alleniamo a non guardare solo a noi stessi, ci esercitiamo a riconoscere il Dio che viene e che verrà, perché è già venuto.

La preghiera ha questa forza ‘risvegliante’. Mantiene in noi la capacità di non lasciarci addormentare, anestetizzare dal dolore e dal male.

«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». Questo è il secondo tratto della vigilanza: riguarda l’agire concreto, il modo di comportarsi…, dice Paolo nella seconda lettura, scrivendo ai Tessalonicesi.

È facile che l’agire diventi dissipato, si lasci cioè travolgere e disperdere in centomila cose, dimenticando l’essenziale, in tutte queste cose.

È facile che il nostro agire si lasci ingannare e ubriacare dalle mille ‘droghe’ della vita, dalle illusioni spacciate a buon mercato come un mondo di sogni facili, ingannatori, vuoti, alla fine, incapaci di mantenere ciò che promettono.

È facile che il nostro agire diventi affannoso, che si lasci travolgere, facendoci inciampare nei nostri stessi passi.

È facile perdere la fiducia e cadere nell’affanno di chi non spera più.

Noi, invece, risolleviamoci e alziamo il capo con forza e speranza!

don Maurizio

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