Se rispondi alla grazia, accogli il Regno.

«Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore», così dice Mosè al popolo di Israele, nella prima lettura, dal Deuteronomio.

Qui sono associati due termini che noi, invece, tendiamo a separare: i precetti e il cuore, la legge e la coscienza, se vogliamo dirlo con linguaggio più ‘moderno’.

Sì, perché il cuore, nella Scrittura, non sono gli affetti, i sentimenti – come è per noi moderni! – ma la persona nella sua unicità e totalità, la coscienza appunto.

Ecco, noi oggi siamo portati a considerare la legge qualcosa di altro o meglio addirittura di opposto alla coscienza, come se tra le due, legge e coscienza, ci fosse una separazione e un’opposizione, un conflitto.

Invece, la Parola dice che i precetti del Signore ci devono stare «fissi nel cuore». Si devono imprimere in noi, diventando un tutt’uno con la nostra vita, la nostra realtà, la nostra libertà, i nostri pensieri, i nostri affetti, il nostro volere!

Ma come è possibile questo?

Mettiamoci in ascolto, allora, del Vangelo di oggi.

L’evangelista Marco racconta di questo scriba, questo uomo esperto e amante della Scrittura, che si avvicina a Gesù domandogli: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

È una questione sulla quale gli scribi, al tempo di Gesù, discutevano molto, anche perché i precetti a quel tempo erano moltissimi, seicentotredici, e rischiavano di diventare come un labirinto o un ginepraio.

Così, nelle situazioni concrete della vita, questa moltitudine di precetti creava delle contraddizioni e dei contrasti, che portavano a nuovi precetti e comandamenti e le cose diventavano sempre più complicate!

Da qui viene la domanda dello scriba a Gesù Maestro.

Sembra una domanda dettata da un interesse sincero, profondo, come si vede dopo, dall’ammirazione che questo scriba riserva a Gesù e alla sua risposta.

Ecco, proprio questo è ciò su cui dobbiamo meditare, sostare, riflettere.

«Qual è il primo di tutti i comandamenti?» chiede lo scriba e Gesù risponde: «Il primo è: “Ascolta … amerai … il secondo … Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Ancor prima di fermarci su ciascuno dei due comandamenti e sulla loro relazione, è sorprendente che questi, secondo Gesù, sono due, ma sono uno, perché rispetto a questi «non c’è altro comandamento più grande di questi».

Già qui troviamo la sublime profondità di Gesù. Scegliendo tra tutti i comandamenti, ne prende due, dicendo che sono uno solo!

Questo unico comandamento è il senso di tutti, è il criterio e il principio di tutti gli altri. I tanti comandamenti sono necessari, come i rivoli di un fiume che irriga la campagna (la nostra vita) e la rende feconda, ma tutti questi ruscelletti e rivoli non sono altro che il fiume, la grande acqua, che si diffonde sulla terra e la rende fruttuosa.

È una unità mirabile, che non abolisce le differenze e la molteplicità delle situazioni, ma in tutto riporta sempre all’essenziale, all’unità alla profondità della sintesi.

Nell’unico comandamento, dunque, il primo è: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». Dovremmo imparare a memoria – mettendocelo fisso nel cuore! – questo comandamento meraviglioso!

Questo comandamento è citato da Gesù dal Deuteronomio, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, con qualche piccola variazione della traduzione. Quel che colpisce è che il comandamento non comincia con un comandamento, o meglio comincia con un comandamento che, prima di ‘fare’ qualsiasi cosa, ci chiede di ‘ascoltare’ e quindi non di fare, di agire, di pensare, ma di metterci in ascolto.

Mosè, e con lui Gesù, la Parola di Dio, ci comanda anzitutto di non far nulla, e cioè di lasciare che Dio stesso ci parli.

Ci chiede l’attività – fare – di ascoltare, di essere passivi, accogliere, ricevere. Questo rovescia la nostra prospettiva ed è davvero ‘divino’!

Non c’è nessuna ‘logica di prestazione’ davanti a Dio, come se noi dovessimo conquistarlo accumulando meriti per essere degni di Lui.

Anzitutto, è l’ascolto, profondo, per lasciarci sorprendere e istruire. In altre parole, si tratta di credere: ascoltare è credere, fidarsi!

Riprendendo la formula di Gesù: «Il Signore nostro Dio è l’unico Signore».

Ci sono qui due bellissimi tratti: «nostro» e «unico». È una parola rivolta da Dio a tutti noi, che lo ascoltiamo: Lui è il nostro Dio.

Non è il mio Dio, o il tuo, non è un Dio che possiamo plasmare secondo i nostri gusti e i nostri interessi. È il Dio di tutti, perché si fa vicino a noi con la sua Parola, perché la ascoltiamo.

Questo ‘nostro’ Dio è unico, «l’unico Signore».

Noi siamo molti, Lui è unico! Lui è la nostra Origine, non è il primo di una catena, ma è l’origine di tutti e di ciascuno.

È come la luce, unica, grazie alla quale ogni oggetto diventa visibile, esce dalle tenebre del nulla e acquista forma e colore. Questo ‘unico’ ha un legame indissociabile con noi, che siamo il suo popolo, e con tutta l’umanità.

Questo è ciò che ci è chiesto di ascoltare. È l’ascolto di un legame, di una relazione, di un dono.

Per questo il precetto ci sta fisso nel cuore.

Il comandamento non è altro che l’effetto, il compito che scaturisce da questo dono. Poiché Lui ti ha liberato dall’Egitto e ti ha condotto «nella terra dove scorrono latte e miele», come dice il Deuteronomio, e lo ha fatto «perché tu sia felice», dice sempre il Deuteronomio, ecco, allora tu lo «amerai».

Il comandamento ci chiede di amare rispondendo al dono e alla grazia di chi ci ha amato.

Il comandamento è una risposta all’ascolto. Non è una legge arida. Al contrario, ascoltando questa Parola noi saremo felici, perché ci lasceremo condurre in una vita di dolcezza e di grazia.

Il cuore, l’anima, la mente, la forza sono tutte espressioni che ci dicono ‘con tutto noi stessi’. Amare il Signore con tutto me stesso. La legge scaturisce dalla grazia che il Signore mi ha donato. La legge è ‘dentro’ la mia storia, la mia vita, la mia coscienza.

Rifiutarla significa perdere me stesso!

Ora, quel Signore che è unico e nostro, ci chiede, dice Gesù Signore, ancora: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Non si può rispondere all’amore del Signore amando Lui, senza amare «il tuo prossimo», colui che ti sta vicino, ti sta accanto e, magari, non lo vedi o lo vedi con occhi non limpidi, intorbiditi o impauriti, come se il tuo prossimo fosse per te una minaccia.

È bello notare come Gesù non chieda di amare il prossimo ‘prima’ di se stessi o se stessi prima del prossimo. Già queste distinzioni, queste gerarchie sono fuorvianti.

Io e l’altro siamo inseparabili. Anzi nessuno di noi potrebbe amare se stesso, se qualcun altro – i nostri genitori, i nostri amici, i nostri fratelli – non lo avesse amato. Anche l’amore al prossimo, come quello per Dio, è una risposta ad un dono, una grazia.

Allo scriba che lo ammira, Gesù risponde con altrettanta, anzi sovrabbondante, delicatezza: «Non sei lontano dal regno di Dio».

Se tu rispondi alla grazia, a Dio che si dona a te perché tu ami Lui amando il tuo prossimo, allora – ecco la meraviglia! – tu hai accolto il Regno, hai accolto il dono.

Allora sarai felice e, con molti altri, vivrai in una terra dolce, «dove scorrono latte e miele».

don Maurizio

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