Testimoniare oggi Gesù Risorto!

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la Pasqua e resurrezione del Signore Gesù, dal Vangelo secondo Luca (Lc 24, 13-35), dai brani tratti dagli Atti degli Apostoli (At 10,34a.37-43) e dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 3,1-4).

*****************

La sera della festa di Pasqua c’è un Vangelo speciale, diverso da quello della Veglia pasquale e da quello della Messa celebrata durante il giorno. È il Vangelo di Emmaus, una Parola particolarmente suggestiva e carica di bellezza.

Questo vangelo è quasi una parabola della Chiesa e anche di tutta la nostra vita. Rileggendo, ogni volta, questo Vangelo ritroviamo noi stessi, in modo sempre più profondo e affascinante. Queste parole indicano un cammino possibile, la scoperta di una grazia che è offerta a tutti.

Il primo momento di questo cammino lo potremmo chiamare in molti modi: è il tempo della tristezza, della delusione, dello scoraggiamento. È il tempo della chiusura su di sé, della fuga, dell’abbandono. È il tempo della rinuncia, del distacco, del fallimento.

Questi sono sentimenti molto collegati l’uno all’altro. Sono modi di sentire difficili da vivere. A tutti noi capita, a volte spesso, a volte meno, e per i più svariati motivi, di vivere questo tipo di esperienze.

Nel Vangelo, questi due discepoli si stanno allontanando da Gerusalemme. Non erano dei dodici, ma facevano parte di coloro che avevano seguito Gesù, affascinati e attratti dalla sua parola, dalle sue opere dal suo modo di essere: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele», dicono questi due viandanti a quello sconosciuto che si affianca al loro cammino.

Loro non lo sanno, ma noi lettori sì, che quell’uomo, viandante come loro, è Gesù Risorto stesso.

Dicono, questi due, che Gesù era stato «profeta potente in opere e in parole». Così avevano conosciuto Gesù: ascoltando le sue parole e guardando le sue opere, avevano sperato – ma si erano illusi! – che fosse lui il liberatore di Israele, l’atteso Messia.

C’è una amarezza immensa nelle parole di questi due discepoli.

Tutto questo fa pensare alle nostre fatiche, le nostre tristezze, delusioni, scoraggiamenti, fallimenti, lutti, perdite.

Sono momenti in cui ci sentiamo come ‘risucchiati’ da un’onda che sembra rimangiarsi tutte le nostre attese, le nostre speranze, le nostre gioie. Tutto sembra diventare vano: ‘invano!’ è la parola che rimane nel nostro animo, in queste situazioni difficili!

Quei due, andandosene via dalla comunità, dal gruppo dei discepoli, almeno si scambiavano l’un l’altro i loro pensieri. Però, ancor più, è a questo ‘terzo’ sconosciuto che si mettono a raccontare la loro tristezza.

È quest’uomo senza nome – per noi Gesù! – che li provoca, mentre si affianca al loro cammino, proprio camminando con loro! «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?».

Gesù è interessato a questi due, li vuole far parlare, li vuole ascoltare.

E questo è bello anche per noi. L’immagine di Gesù che cammina insieme con questi due, che pure non lo riconoscono, e che li ascolta con tanto interesse, è un po’ una consolazione anche per la nostra vita!

In fondo, questo è il Dio di Gesù, questo è il Dio che è Gesù: un Dio che cammina con noi, che è partecipe alle nostre sofferenze, alle nostre gioie, alle nostre attese/speranze, alle nostre delusioni. Non è un Dio neutrale, lontano, distaccato, anonimo.

Però, per noi, non è facile, quando siamo nelle amarezze, accorgerci che questo Dio cammina con noi. Al contrario, Dio spesso ci appare lontano. “Perché non si fa sentire – ci diciamo – se davvero ci vuole bene?”.

«Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo»Non è proprio così anche per noi, molto spesso? La tristezza, lo scoraggiamento, l’amarezza ci velano gli occhi. Ci sentiamo soli e abbandonati.

È vero che questi due dicono anche di essere stati «sconvolti»: sì, «alcune donne», appartenenti al gruppo dei discepoli, recatesi al mattino presto alla tomba, non hanno trovato il corpo e hanno raccontato «di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo». Alcuni altri, sempre del gruppo, «sono andati alla tomba», sì, e «hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Vedete, questi due sanno che è successo qualcosa, ma non sanno riconoscere in quei piccoli segni l’opera meravigliosa di Dio. Sì, è vero, erano ancora segni incerti, ma loro non li sanno decifrare. I segni sono sempre un po’ ambigui, non del tutto chiari e luminosi.

Così, a volte, accade anche nella vita. Quando siamo nella tristezza, diventiamo incapaci di scorgere i segni di speranza. Siamo talmente immersi nella nostra oscurità, che non vediamo la luce da nessuna parte. Gli occhi si oscurano. Siamo come in trappola, prigionieri di noi stessi.

È qui che, nel racconto di Emmaus, accade qualcosa di sorprendente e meraviglioso. Quel viandante, dopo aver ascoltato i due, dopo averli lungamente lasciati parlare, dopo aver dato loro tutto il tempo per dire la propria tristezza, svela loro il senso di tutto ciò che hanno vissuto con Gesù.

Li affronta, senza paura, direi con dolce durezza, con estrema franchezza. Non li blandisce, non ‘accarezza’ la loro tristezza quasi compiacendosi di essa.

Li scuote. Apre loro gli occhi.  Denuncia la loro cecità, la loro stoltezza, e ‘lentezza di cuore’. Erano «stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti».

Stolti e non saggi. Leggevano la storia senza fede. Non sapevano riconoscere nella vicenda le tracce di Dio. Erano come schiacciati dalle loro attese. Erano prigionieri di un’immagine di Dio che era la ‘proiezione’ delle loro attese e pretese. Non erano capaci davvero di ascoltare le Scritture.

E, questo, è un forte insegnamento anche per noi. Il rischio di molti cristiani, anche oggi, è quello di non ascoltare affatto le Scritture e. così, di rimanere prigionieri di se stessi. Troppi cristiani oggi non leggono mai, durante il giorno, la Parola di Dio, non la meditano, non la amano. Così, rimangono intrappolati in se stessi. Cadono nella trappola della stoltezza. Hanno gli occhi chiusi, incapaci di riconoscere l’opera di Dio.

Questo sconosciuto, che è Gesù, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui». È Gesù qui che spiega ai due come le Scritture si riferiscano a Lui, parlino di Lui, Lo annuncino.

È bello anche questo: oggi, nelle nostre chiese, non sembra che sia Gesù a commentare la Parola. Eppure, ogni volta che un uomo parla di Lui, nella catechesi, nelle omelie, nelle lectio, è come se Gesù stesso – in modi differenti – ci parlasse di sé.

E per noi è così facile non riconoscere che quando un uomo parla della Parola, è la Parola stessa – Gesù! – che ci parla!

A questo punto, si apre, ancora in modo sorprendente, il terzo momento di questo splendido racconto. I due sono quasi arrivati «al villaggio dove erano diretti». E quello sconosciuto, quello ‘straniero’, fa «come se dovesse andare più lontano».

È molto bello tutto questo! Quel viandante, quasi li provoca. Fa’ loro capire che Lui deve andare oltre. Non si ferma alla loro meta. Ne ha una che conduce più lontano. Ma ormai i due sono conquistati. Insistono perché egli rimanga con loro. Prendono la scusa che «il giorno è ormai al tramonto».

È bellissima, e famosa, la Parola che questi due discepoli rivolgono a questo sconosciuto, di cui non conoscono ancora l’identità. Le loro parole sembrano una preghiera, anzi sono una preghiera …

Sono parole molto diverse da quelle che si scambiavano prima mentre stavano lasciando Gerusalemme: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».

Sono parole che invocano, senza sapere bene quello che chiedono. A quello sconosciuto chiedono, però, in modo chiaro, di «rimanere con loro».

A questa loro richiesta lo sconosciuto risponde con un dono meraviglioso. Li esaudisce: «Egli entrò per rimanere con loro».

Ma li sorprende: si mette a tavola e qui ripete i gesti di pochi giorni prima, nel Giovedì della Cena pasquale: «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». Questi sono i gesti dell’Eucarestia, gesti che, da subito, nella comunità cristiana acquistano un’importanza assoluta. Sono i gesti in cui Gesù rimane tra noi. Sono i gesti della Sua presenza, nel pane spezzato, donato e condiviso.

Sono i gesti che, ogni domenica, ‘attirano’, ancora oggi, dopo duemila anni, milioni di persone, in tutto il mondo, attorno a Gesù.

Gesti silenziosi ed eloquenti.

In quell’istante, proprio mentre gli occhi dei due lo riconoscono, Gesù sparisce. Si rivela come il ‘nascosto’. Sembra assente, ma è presente. Il pane è, da oggi fino all’eternità, la Sua presenza.

A quel punto, i due capiscono tutto.

Il quarto momento, solo accennato, è quello del ritorno nella comunità, nella Chiesa. Lì i due scoprono che Gesù si è rivelato anche agli Undici. Ciascuno ha qualcosa da raccontare.

Da qui nasce la speranza: hanno incontrato il Risorto, lo riconoscono «nello spezzare il pane».

Qui si apre la storia della Chiesa, la nostra storia di discepoli.

A noi, oggi, è chiesto di raccontare e testimoniare Gesù Risorto!

don Maurizio

Condividi:

gb94xk - 0ts2sl - vg7oli - m2seso - b09t4k - yrkqu7 - 9csq7h - 1nz6xf