Trasparenza e cooperazione per il rilancio delle adozioni internazionali.

Great multi happy family

Il Sole24 Ore ha recentemente dedicato un’ampia pagina alle Adozioni internazionali, alle cause che negli ultimi anni hanno portato le coppie ad allontanarsi sempre più da tale forma di accoglienza facendo registrare una delle crisi peggiori della storia.

Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei hanno intervistano anche Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini, “occorre anche aprire nuovi Paesi, soprattutto in Africa: non possiamo chiudere i rapporti con un Paese perché non ci dà garanzie di trasparenza; piuttosto, dobbiamo conquistare la trasparenza con la cooperazione”.

Riportiamo di seguito l’articolo nella sua versione integrale.

Tante le motivazioni, a partire dalla crisi economica e dalla precarietà lavorativa che minano le disponibilità e le certezze sul futuro delle famiglie. Manon c’è solo la congiuntura. Gli operatori mettono l’accento anche sulle chance di diventare genitori grazie alla fecondazione assistita, aumentate negli ultimi anni anche per l’apertura all’eterologa.

Adozioni internazionali

Sono decisamente più costose delle adozioni nazionali (con esborsi per le famiglie anche di decine di migliaia di euro) ed è anche per questo che le domande internazionali sono calate in modo più evidente. Ma dietro alla rinuncia delle coppie c’è anche la perdita di fiducia in un sistema, affidato a 62 enti accreditati (tutti privati tranne uno) vigilati dalla Commissione per le adozioni internazionali. E su questa e sulla gestione-poco trasparente, secondo i detrattori – dell’ex presidente Silvia Della Monica che si sono addensate le polemiche. Parallelamente, alcune coppie hanno denunciato truffe subite dagli enti. Sulle adozioni internazionali pesano poi fattori globali. Il calo (ma l’Italia resta il secondo Paese al mondo per minori adottati, dopo gli Usa) è dovuto, da un lato, al fatto che in alcuni Paesi, soprattutto dell’Est Europa, il miglioramento della situazione economica ha portato a favorire le adozioni interne, rendendo disponibili per gli stranieri solo i bambini più grandi o con situazioni più difficili; dall’altro lato, guerre e corruzione hanno bloccato i rapporti con alcuni Stati africani.

Il sistema si è inceppato – afferma AnnaMaria Colella, direttore dell’Arai, l’unico ente accreditato pubblico, attivato dalla Regione Piemonte – e va riavviato”. Come? Secondo Colella “va data fiducia alle coppie con informazioni trasparenti e reali. Occorre anche aumentare il sostegno nel post-adozione, soprattutto per chi adotta bambini grandi e con bisogni particolari”. Inoltre, “bisogna rivedere i parametri di accreditamento degli enti – sostiene Paola Crestani, presidente del Ciai di Milano – e chiedere più trasparenza nell’utilizzo dei fondi”. Senza contare che “gli enti devono essere controllati dalla Cai ogni due anni, e ciò non accade”, spiega Marco Griffini, presidente dell’Ai.Bi., la seconda struttura per numero di adozioni e la più ramificata sul territorio, attaccato per il suo operato in Congo da Della Monica (Griffini parla di una «campagna diffamatoria»). Ma non basta lavorare sugli enti: per Griffini occorre anche “aprire nuovi Paesi, soprattutto in Africa: non possiamo chiudere i rapporti con un Paese perché non ci dà garanzie di trasparenza; piuttosto, dobbiamo conquistare la trasparenza con la cooperazione”.

Anche per Paola Starocci, direttrice adozioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, “bisogna rilanciare la cooperazione e investire nei rapporti bilaterali. L’adozione non è un processo isolato. E poi bisogna ridare fiducia perché negli ultimi anni è cresciuta la paura di imbarcarsi in una scelta considerata lunga e difficile e in fondo controcorrente”. Sulla ripresa dei progetti di sussidiarietà e dell’accreditamento in nuovi Paesi insiste Gianfranco Arnoletti, presidente della Cifa, associazione che opera in 16 Paesi: “Le richieste di autorizzazione vanno sbloccate. Le nostre domande del 2013 per Haiti, Madagascar e Guatemala non hanno mai ricevuto risposta. E la Cai deve tornare a promuovere i bandi per progetti a favore dei minori nei Paesi di provenienza». Ma Luigi Negroni, responsabile nazionale per adozioni e cooperazione internazionale di Anpas, fa notare che “dal 2011 le adozioni sono diminuite in tutto il mondo, a prescindere da scandali e polemiche. Andrebbe però limitato il numero di enti che possono operare sullo stesso Paese. E sulle difficoltà internazionali soprattutto nei Paesi dell’Est e in Africa punta Luciano Lebotti, coordinatore per le adozioni internazionali del Gvs, con sede a Potenza.

Adozioni nazionali

Al picco di 16.538 domande nel 2006 è seguito un calo costante che in dieci anni ha più che dimezzato le richieste. Le cause sono molte.

Le difficoltà economiche pesano meno che nel caso delle adozioni internazionali – dice Francesco Micela, presidente del tribunale dei minorenni di Palermo e dell’associazione dei magistrati per i minorenni e la famiglia – mentre influisce l’apertura alla ricerca delle origini: il riconoscimento, dal 2001, del diritto dei figli di sapere che sono stati adottati e di conoscere i genitori biologici ha cambiato l’approccio genitoriale: le coppie vengono preparate al fatto che il figlio non è “tutto loro” ma ha un passato”. Il calo delle domande non ha però influito sulle adozioni, circa mille l’anno. Un trend costante dovuto alla sostanziale stabilità del numero dei bambini dichiarati adottabili che, dal 2001 al 2015 è stato tra 11.000 e i 1.500 l’anno. Visto il calo delle domande, “la proporzione tra minori dichiarati adottabili e coppie che aspirano all’adozione è certamente più favorevole per queste ultime rispetto al passato”, rileva Maria Carla Gatto, presidente del tribunale dei minorenni di Milano. L’adozione nazionale, insomma, è diventata più “possibile”, “soprattutto per le coppie giovani – continua Gatto – che però oggi sono rare”.

Restano stabili, invece, sia le domande che le adozioni “in casi particolari”, in cui rientra la stepchild adoption, vale a dire quella del figlio del partner. Si tratta della via seguita, tra l’altro, dalle coppie gay, che però non hanno fatto aumentare questo tipo di adozioni. Le coppie disponibili superano di dieci volte circa il numero dei minori adottabili ma ci sono comunque bambini che non riescono a “trovare” una famiglia. Secondo il ministero della Giustizia a fine 2016 i minori adottabili ma non ancora affidati a una famiglia erano 385. Si tratta per lo più di ragazzi grandi o con problematiche speciali. Proprio per favorire l’incontro tra minori e aspiranti, la legge 149/2001 aveva previsto la banca dati dei minori adottabili. Malo strumento, operativo da qualche mese per ora è poco utilizzato. La forbice fra domande e minori adottabili fa sì che, se non ci sono problematiche particolari, i tribunali trovino la coppia “giusta” nel proprio territorio. Per le situazioni più difficili, invece, i tribunali preferiscono cercare un collocamento ai minori confrontandosi direttamente tra loro.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

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