Un triplice invito …

La riflessione di don Maurizio Chiodi prende spunto dalle letture proposte dalla liturgia per la VIII domenica del tempo ordinario (3/3/19): dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-45), dai brani tratti dal libro del Siracide (Sir 27,4-7) e dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 15,54-58).

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Oggi la Parola di Dio ci regala delle parole molto sapienti, anche dal punto di vista semplicemente umano. Tanto la prima lettura, che è una raccolta di proverbi sulla parola, quanto il Vangelo, che è quasi la conclusione del ‘discorso della pianura’, di Luca, sono parole che meritano di essere ascoltate e accolte con grande disponibilità e attenzione.

Se partiamo dal Vangelo, vediamo che, in modo molto chiaro, ci è rivolto un triplice invito a riflettere su noi stessi, sulle nostre parole, sulle nostre relazioni.

Il primo insegnamento di Gesù è luminoso: «può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». È una piccola parabola, questa, che si potrebbe riferire a molte circostanze della vita.

Venendo subito dopo le parole della scorsa domenica sul «non giudicare», hanno un significato ben preciso. Sono un invito rivolto a tutti noi, a partire da una situazione molto evidente.

Un cieco, che non vede, non può pretendere di fare da guida, da istruttore, ad un altro cieco come lui. Sbaglierebbero strada tutti e due, cadrebbero, si farebbero del male, senza poterne uscire da soli. Allora, poi, dovrebbero chiedere un aiuto, dopo aver già fatto molti danni a se stessi e all’altro.

Subito dopo Gesù aggiunge che: «un discepolo non è più del maestro» e che al massimo, se è «ben preparato», può diventare «come il suo maestro».

È vero che, a volte, un discepolo può perfino ‘superare’ il suo maestro, ma è anche vero che avrà un debito impagabile verso di lui, perché è grazie a lui che egli lo avrà potuto ‘superare’.

In questo senso, pur diventando a sua volta un ‘maestro’, nei confronti del suo maestro egli rimarrà sempre un discepolo, uno che ha imparato e che gli sarà sempre infinitamente grato e debitore.

Ma, al di là di queste situazioni, eccezionali e belle, la parola di Gesù è quella di un maestro che non può essere superato da nessuno.

Egli è il Maestro, perché è il Signore. La sua bocca parla dalla sovrabbondanza della sapienza divina, perché Lui stesso è la Sapienza, Lui è la Parola che si è fatta carne. Davanti a Lui noi siamo tutti discepoli. Non abbiamo che da imparare. Non dobbiamo che lasciarci istruire.

È per questo che veniamo volentieri all’Eucarestia, dove apprendiamo ad ascoltare la sua parola di Maestro di sapienza e di vita.

Se tutti siamo suoi discepoli, cambia profondamente il modo in cui noi ci mettiamo in relazione gli uni con gli altri. Nessuno di noi, allora, si potrà mettere a fare il ‘professore’ o il ‘maestro’ nei confronti degli altri.

Tutti abbiamo di che lasciarci istruire da Gesù e dalla luce che le sue parole gettano sulle esperienze della vita.

Questo ci chiede di abbandonare quell’atteggiamento odioso, che potrebbe essere la tentazione, forte, di molte persone intelligenti e ‘sagge’. È la pretesa di voler insegnare agli altri, la tentazione di emettere sentenze e giudizi che, spesso, nascondono molta arroganza o altre volte un sottile disprezzo verso gli altri, considerandoli sempre ‘inferiori’ a sé.

Questo è il senso, umanamente molto profondo, del ‘non giudicare’. Quando esprimi un giudizio sull’altro, anche in sua presenza, stai attento al tuo animo: dietro le tue parole potrebbe esserci risentimento, veleno, o la pretesa di sapere e di vedere di più. Così l’altro non lo ascolti davvero.

Lascia che, invece, la tua parola nasca dall’ascolto profondo e umile della Parola di Colui che è l’unico maestro. Noi siamo tutti discepoli e fratelli gli uni degli altri!

Sì, ma qualcuno potrebbe obiettare: a volte, dobbiamo proprio intervenire per correggere, per riprendere, per rimproverare, per ammonire, per insegnare all’altro la via del bene.

Sono tutte le situazioni in cui l’altro, che ci sta accanto, sta evidentemente sbagliando. Oppure sono anche le situazioni in cui uno, per mandato, ha il compito esplicito di ‘giudicare’, di educare, ad esempio. Così un papà o una mamma, così un insegnante, così in molte altre situazioni della vita.

Arriva dunque a proposito la seconda parola di questo Vangelo: «perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?». È una parola sferzante, questa di Gesù: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Qui Gesù denuncia una tentazione fortissima che è in tutti noi. Siamo, infatti, sempre molto abili a vedere gli errori altrui – o quelli che noi consideriamo errori, negli altri! –. Siamo sempre molto acuti a individuare i difetti, ciò che non va, nell’altro e nel suo modo di comportarsi. Anzi, alcuni non fanno altro che questo: non solo vedono prima i difetti, ma non vedono se non i difetti. E così diventano spietati. Magari vedono anche dei difetti reali, ma … la cosa stupefacente è che non vedono i propri.

Viene, dunque, il fondato sospetto che, a volte, dietro ai difetti altrui non ci siano altro che i propri difetti. Spesso attribuiamo agli altri ciò che noi avremmo fatto o lo spirito con cui avremmo fatto noi quel che invece ha fatto lui/lei.

Gesù ci suggerisce un rovesciamento di prospettiva, un ribaltamento dello sguardo: «Togli prima la trave dal tuo occhio». Guarda, prima di tutto, a te stesso. Sii vigile su di te. Non essere cieco nei confronti di te stesso. Guarda a te stesso come ti guarderebbe un altro, che ti vuole bene. Allora: comincia da te, non dall’altro. Tante volte scoprirai che, prima di qualsiasi parola verso l’altro, è a te stesso che devi parlare.

Questo è lo spirito giusto anche per ogni educatore o per ogni genitore: ‘parla all’altro, magari anche mostrandogli i suoi errori – o quelli che a te paiono i suoi errori – mettendoti nei suoi panni, ma fallo senza abbandonare i tuoi’. Sii consapevole che le cose che tu rimproveri all’altro, in realtà puoi rimproverarli anche a te stesso.

E poi, c’è un terzo insegnamento nelle parole di Gesù.

Si rifà, il Maestro, anche qui ad un’esperienza evidente: un «albero buono» non produce «un frutto cattivo», e viceversa. Gli «spini» dice Gesù non producono la dolcezza dei fichi, né i rovi la bontà dei grappoli di uva! Un castagno non fa le ciliegie e viceversa. Così «l’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene», e viceversa.

Certo, può sempre accadere, e su questo dovremmo rimanere vigilanti, che un uomo buono, facendo cose cattive, diventi cattivo.

Nel mondo umano, chi fa il bene può decidere di diventare cattivo, e può accadere anche il contrario. Ma è vero che le buone attitudini, le virtù, ci predispongono, ci inclinano, ci aiutano a vivere bene e ci permettono di vedere sempre meglio il bene da volere. Così, ad esempio, l’allenamento permette ad un atleta di migliorarsi sempre di più, grazie all’esercizio e all’impegno quotidiano.

Così è nella vita, nelle opere e anche nelle parole.

La nostra bocca ‘esprime’ e manifesta chi noi siamo. Dal suo modo di parlare si comprende bene chi è un uomo!

Il libro del Siracide dice che «la parola» è la «prova» di un uomo, perché lo rivela, ne manifesta il pensiero: «la parola rivela i pensieri del cuore». Anzi, la parola fa nascere nuovi pensieri, perché mentre parliamo pensiamo.

Insomma, questa Parola è un preziosissimo invito a essere vigilanti custodi delle nostre parole: perché le nostre parole nascono dalla sua Parola e ci aiutano a diventare tutti discepoli della Parola del nostro Maestro di vita, che è Gesù!

don Maurizio

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