Porta e cuore sempre aperti

avvenire-lpsL’ESPERIENZA DI ROBERTA E MASSIMO QUERCE, CHE HANNO UN FIGLIO IN ADOZIONE E UN ALTRO BAMBINO IN AFFIDO E DI MARIA ROSA E MICHELE VOMERA, VOLONTARI IN UNA CASA FAMIGLIA PER PICCOLI SENZA MAMMA E PAPA’

La famiglia è un bene che va donato ma occorre trovare le strade più giuste per riconoscere e accompagnare la diffusione di questa ricchezza nella società. Soprattutto a beneficio dei più piccoli e fragili, come i bambini che una famiglia non ce l’hanno, ai quali vanno ridate ali di speranza. Hanno preso le mosse da queste considerazioni, le testimonianze che si sono succedute durante la Settimana estiva di formazione di San Giovanni Rotondo ( Foggia ), tenute da coppie di sposi che hanno intrapreso la via dell’adozione o dell’affido o, anche, di tutte e due insieme. E’ il caso della famiglia di Roberta e Massimo Querce, entrambi di 44 anni e sposati dal 2001, che nella loro cascina di Cortemilia, nelle Langhe cuneesi, vivono con Cristian, 11 anni, in affido dal 2006 e Chadrac, 10 anni, adottato in Congo due anni fa. Con alle spalle un’esperienza di affido in una casa famiglia gestita con altre giovani coppie, Roberta e Massimo hanno deciso di continuare a tenere aperta la porta della loro casa ai bisogni dei piccoli, una scelta da un lato entusiasmante e arricchente ma dall’altro anche molto faticosa. Per non farsi mancare nulla, i coniugi Querce hanno infatti deciso di affrontare entrambi i percorsi ( dell’adozione e dell’affido ) con tutto il loro carico di grande umanità ma anche di leggi e regole che non sempre agevolano il compito dei genitori.

«Nel 2006 “hanno raccontato durante la loro testimonianza i coniugi Querce, responsabili dell’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Alba e allievi del Master triennale in Scienze del matrimonio e della famiglia dell’Istituto Giovanni Paolo II” abbiamo cominciato il percorso di affido di Cristian, che allora aveva tre anni e mezzo e un carico di problemi così pesante che impediva qualsiasi tentativo dei servizi di inserirlo in una famiglia. Noi ci siamo messi a disposizione e da otto anni Cristian vive nella nostra casa».

Fin da subito, Massimo e Roberta si sono scontrati con quello che definiscono il «paradosso dell’affido»: cresci come un figlio una persona che non è tuo figlio e sei da lui guardato come genitore anche se per la legge non lo sei.
«E’ un equilibrio da ricostruire continuamente “hanno ricordato i Querce” perché l’affido divide il bambino, gli provoca una ferita difficile da curare. Noi a Cristian abbiamo sempre detto di non essere i suoi genitori, anche se gli vogliamo bene come una mamma e un papà. Un valore che, invece, non sempre è adeguatamente riconosciuto dalle istituzioni, che vedono ancora la famiglia affìdataria come una sorta di parcheggio per bambini problematici. Una mentalità che deve essere cambiata per il bene delle famiglie ma, soprattutto, dei bambini stessi».

Due anni fa, i coniugi Querce hanno quindi concluso le pratiche di adozione di Chadrac. All’inizio la convivenza con Cristian non è stata facile e anche oggi i due ragazzini sono alle prese con vissuti problematici che non sono ancora riusciti ad elaborare completamente. «Per noi non è una passeggiata “hanno ricordato Roberta e Massimo” perché siamo chiamati a curare ferite profonde e ad accompagnare un vissuto molto complicato per entrambi i bambini. Se da un lato tutto questo provoca fatica e travaglio, dall’altro ha contribuito a rafforzare il nostro legame di coppia. E’ bello vederli crescere e volersi bene. L’esperienza del Master in Scienze del matrimonio e della famiglia è stata centrale anche nella scelta di intraprendere la strada dell’affido fatta da Maria Rosa e Michele Vomera, 30 e 32 anni, sposati da cinque, dell’Ufficio famiglia della diocesi calabrese di Oppido Mamertina-Palmi. Genitori di Miriam, 17 mesi e in attesa di un altro bimbo che nascerà a settembre e si chiamerà Francesco, Maria Rosa e Michele (che ha da poco terminato il percorso di studi verso il Diaconato permanente), si sono avviati lungo il cammino dell’affido dopo aver ospitato per qualche tempo una bambina nella loro casa.

«Il giorno che non scorderemo mai “hanno ricordato i coniugi Vomera” è quando siamo andati a conoscerla nella casa famiglia in cui viveva e abbiamo visto che enorme lavoro la responsabile e i suoi collaboratori fanno per poter garantire a questi bambini una crescita sana e in linea con i piccoli della loro età. Non sappiamo quale sia il momento preciso che ha fatto maturare questa volontà ma ci sono stati due avvenimenti vicini l’uno all’altro che hanno spinto la nostra coscienza a dire: c’è bisogno che noi facciamo qualcosa per quella parte della nostra società che sempre più spesso cade vittima delle scelte volontarie o involontarie degli adulti».
Un primo “scossone” è arrivato sentendo al telegiornale la storia di un bambino rifiutato dalla famiglia di origine e che attendeva dei nuovi genitori. L’altro è stato il caso di un piccolo del loro territorio rimasto senza genitori e parenti che lo potessero crescere.

«Non sapevamo se la nostra famiglia fosse in grado di accogliere un bambino affidatario “hanno ripreso i Vomera” e se soprattutto avevamo gli strumenti per poter essere d’aiuto ed è proprio per queste perplessità che ci siamo avvicinati come volontari di una casa famiglia. L’incontro con la bambina che abbiamo tenuto nella nostra casa ci ha poi convinto ad andare avanti. La sua presenza ha davvero cambiato la nostra vita. Avevamo ben chiaro che lei non sarebbe rimasta molto tempo con noi ma eravamo convinti che ogni giorno che noi avessimo passato con lei e lei con noi ci avrebbe reso delle persone migliori sia per noi stessi che per i nostri figli. Continueremo su questa strada perché abbiamo la convinzione che l’affidamento non è semplicemente un atto di carità unidirezionale, mirato ad aiutare un minore in difficoltà, ma è molto di più. E’ un cammino insieme dove chi dà riceve molto di più di chi è aiutato. I nostri figli dovranno in futuro essere testimoni di questo amore incondizionato e sincero. Siamo sicuri che Dio ha messo questa bambina sulla nostra strada per renderci delle persone migliori, un padre e una madre migliori».

Paolo Ferrario
FONTE: Avvenire


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